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POLITICA

Il corporativismo che si fa casta e l’agonia delle aree interne

L’anoressia della democrazia non riguarda solo le istituzioni e la politica ma coinvolge tutta la dimensione della rappresentanza, a partire dai corpi intermedi sui territori che hanno ormai assunto i caratteri del peggiore corporativismo sino a farsi casta, smarrendo la propria funzione

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Le elezioni sono lo strumento attraverso cui, in democrazia, si rigenera la rappresentanza istituzionale. Chi vince, in democrazia, non ha il diritto di comandare ma di governare. Chi perde non subisce una condanna al confino ma ha il dovere di controllare chi governa, di proporre soluzioni alternative, di tenere alta l’asticella del conflitto, di pretendere il rispetto delle regole a garanzia della terzietà delle istituzioni. Quando viene meno questo principio si apre la strada al plebiscitarismo, anoressia della democrazia, madre di ogni deriva autoritaria.

Ci siamo dentro fino al collo.
Ci siamo ormai abituati, da molti lustri, ad assolutizzare il processo democratico nella conta elettorale, ragione per la quale, appunto, chi vince ha il diritto dovere di comandare e chi perde non ha diritto di parola. La dittatura della maggioranza.

Di qui, il progressivo svuotamento della rappresentanza, della funzione delle assemblee elettive, dalle aule parlamentari ai consigli regionali, provinciali, comunali. Il governo legifera e il parlamento ratifica. La giunta regionale delibera e la maggioranza si adegua. I Presidenti di Provincia fanno quel che vogliono, non hanno né maggioranza né opposizione, i sindaci dettano legge e i consiglieri comunali alzano la mano. Ogni qualvolta accade che l’indirizzo dell’esecutivo, a qualsiasi livello, viene messo in discussione dall’autonomia dell’aula, si apre una crisi, si mette in discussione la tenuta della maggioranza. La patologia è in stato talmente avanzato che l’equivoco è ormai diventato regola, per cui le maggioranze vanno sotto solo quando si determinano le condizioni per la spallata. Che si tratti del governo nazionale o di un sindaco. Il meccanismo è andato affinandosi nel corso del tempo attraverso un progressivo ed inarrestabile declino della qualità della rappresentanza.

Ma si badi, questa deriva non riguarda esclusivamente le istituzioni e la politica. Nel caso staremmo messi molto meglio. Coinvolge, purtroppo, tutta la dimensione della rappresentanza, a partire dai corpi intermedi. I sindacati dovrebbero difendere le ragioni del lavoro ma la stragrande maggioranza degli iscritti alle principali sigle nazionali è composta da pensionati. Le associazioni di categoria sopravvivono nella più spudorata autoreferenzialità, hanno ormai assunto i caratteri del peggiore corporativismo sino a farsi casta. Soprattutto sui territori, dove non conta la capacità di rappresentanza, dove sempre più spesso i corpi intermedi diventano proprietà di pochi, soggetti del tutto avulsi dai processi, incapaci di leggere la realtà nella quale dovrebbero operare, soggetti che piegano la propria funzione alla logica della mera convenienza. Dunque non esiste più la contendibilità e se non esiste la contendibilità non può esistere il confronto, non può esistere il conflitto.

La conseguenza, devastante, è nei fatti. La concertazione non è più contemplata, ognuno vive di vita propria, gioca le sue partite, si schiera di volta in volta dove conviene in una logica di supina subordinazione alla politica, alle logiche che ne orientano l’agire. Ma in una democrazia liberale compiuta la concertazione è il motore del progresso, perché è nella ricerca della sintesi possibile tra interessi legittimi che il processo democratico si compie, perché è nella concertazione, dunque nell’osmosi di ragioni anche contrapposte che si alimentano i processi di trasformazione dell’esistente. E questo è tanto più vero in contesti marginali come i nostri, in territori deboli in termini demografici che possono recuperare centralità solo con la forza delle idee, solo con la capacità di affermare una visione condivisa. Aldo Moro diceva che è sempre meglio sbagliare insieme che avere ragione da soli. La democrazia, in fin dei conti, è questa cosa qui.

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