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Dieci anni dalla morte di Esther, vittima di tratta: Benevento la ricorda con un fiore davanti Parco Cellarulo

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Un fiore come segno di memoria, ma anche come promessa di verità, giustizia e rinascita collettiva. Si è svolta nella serata di oggi, davanti all’ingresso di Parco Cellarulo in via Grimoaldo Re, l’iniziativa “Fame di Verità e Giustizia – In memoria di Esther Johnson”, promossa da Libera Benevento insieme con numerose associazioni, organizzazioni sindacali e realtà del territorio.

Un momento intenso e partecipato, che ha visto la comunità beneventana riunirsi per ricordare la giovane donna nigeriana di 36 anni, vittima della tratta e della prostituzione forzata. Il 14 giugno 2016, Esther fu brutalmente uccisa a colpi di pistola e abbandonata nei pressi della stazione ferroviaria della città. A distanza di dieci anni, il suo omicidio resta senza responsabili.

L’iniziativa si inserisce nel percorso nazionale di Libera, che invita a rigenerare legami sociali per costruire un futuro libero da mafie e corruzione, trasformando la memoria in impegno concreto e cittadinanza attiva. Non solo commemorazione, dunque, ma una chiamata collettiva alla responsabilità.

«È una ferita ancora aperta», ha dichiarato Maria Rosaria Ricci, referente del coordinamento di Libera Benevento. «Il femminicidio di Esther Johnson non ha avuto responsabili, come accade purtroppo per oltre l’80% delle vittime innocenti delle mafie. Per questo portiamo avanti da oltre un anno la campagna “Fame di Verità e Giustizia”: chiediamo verità, chiediamo giustizia, anche quando i colpevoli non hanno un nome».

Nonostante l’assenza di giustizia giudiziaria, la memoria di Esther continua a vivere attraverso iniziative concrete. A lei sono intitolate due case di accoglienza per vittime di tratta: una a Benevento, gestita dalla cooperativa Sale della Terra, e una a Napoli, gestita dalla cooperativa Less. Luoghi che rappresentano una possibilità di riscatto per donne che, come Esther, sono state vittime di sfruttamento.

Durante l’incontro è emersa con forza la necessità di affrontare un fenomeno ancora drammaticamente attuale. «Le politiche attuali non favoriscono la lotta alla tratta», ha sottolineato Ricci, evidenziando come molte donne vengano intercettate già durante il viaggio migratorio, spesso in Libia, per poi finire nelle mani degli sfruttatori anche in Italia. «Arrivano con un numero di telefono che dovrebbe rappresentare un aiuto e invece diventa l’inizio di un nuovo incubo».

Negli ultimi anni, spiegano Ricci, qualcosa è cambiato sul piano dei controlli, soprattutto nelle aree urbane più visibili. Tuttavia, il fenomeno non è scomparso: si è semplicemente spostato, diventando meno evidente ma non meno grave, spesso nascosto all’interno di appartamenti o intrecciato ad altre forme di sfruttamento, come il caporalato in agricoltura.

«Queste donne sono due volte vittime», ha concluso Ricci, «dello sfruttamento sessuale e della mercificazione patriarcale del loro corpo».

Il fiore deposto in memoria di Esther Johnson diventa così simbolo di una battaglia ancora aperta: quella per restituire dignità, diritti e voce a chi troppo spesso resta invisibile.

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