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Opinioni

BCT, il decennale della svolta: un festival maturo che unisce pubblico e cultura

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Dieci anni non sono più una promessa. Sono una conferma. E la decima edizione del BCT – Festival del Cinema e della Televisione di Benevento – ha avuto il merito, non scontato, di dimostrarlo fino in fondo: quella che era nata come una scommessa oggi è una realtà matura, riconoscibile, ormai stabilmente inserita tra i grandi appuntamenti estivi del panorama regionale.

Il merito ha un nome e un cognome: Antonio Frascadore. Giornalista, ex autore televisivo, ma soprattutto sannita che ha scelto di investire nella propria terra, intuendone potenzialità e limiti. In questi anni ha costruito un format originale, lontano dai modelli più inflazionati, puntando con decisione sul centro storico di Benevento e trasformandolo, ogni estate, in un palcoscenico diffuso capace di accogliere centinaia di ospiti e migliaia di persone.

Il cuore del BCT è sempre stato l’approfondimento. Non una semplice passerella, ma un luogo di confronto: cinema, televisione, linguaggi, storie. Interviste, incontri, dialoghi veri con attori, registi, sceneggiatori e protagonisti del piccolo e grande schermo. Un’impostazione resa possibile anche grazie a un lavoro silenzioso ma decisivo: quello delle relazioni, costruite negli anni con artisti e case di produzione, che hanno riconosciuto nel festival un contesto serio e credibile.

Eppure, proprio nel suo decennale, il BCT ha fatto qualcosa in più. Ha compiuto un salto. Non solo nella qualità, ma nella consapevolezza di ciò che può e deve essere. Il cartellone di questa edizione – distribuito con intelligenza dal venerdì al martedì – ha dimostrato una regia ormai solida, capace di mescolare pubblici diversi senza perdere identità. Le piazze piene ogni sera non sono state un caso, ma il risultato di una programmazione studiata con precisione.

È stato un festival davvero per tutti. Dai più giovani – basti pensare alle lunghe file per il fenomeno social Mandrake e per lo streamer Leutum – fino agli appassionati più esigenti. Un equilibrio difficile, che pochi eventi riescono a mantenere senza snaturarsi.

Chi conosce da vicino il mondo dell’organizzazione culturale sa bene quanto sia complesso tenere insieme tutto questo. E lo sa lo stesso direttore artistico, che proprio in questa edizione ha dovuto affrontare un imprevisto tutt’altro che marginale: la rinuncia, all’ultimo momento, di un nome di primo piano come Elodie. Una di quelle assenze che avrebbero potuto lasciare un vuoto evidente. E invece no. Il festival ha retto, anzi ha brillato, portando a casa una rassegna da dieci e lode.

Tra gli elementi più significativi di questa edizione c’è stata anche una scelta simbolica ma potente: aprire alla città gli spazi del garden dell’Antum Hotel, trasformando un luogo solitamente riservato alla stampa in un punto di incontro tra pubblico e artisti. Selfie, strette di mano, momenti informali. È questa, in fondo, l’essenza di un evento pubblico: accorciare le distanze.

E poi, a smentire definitivamente alcune critiche – a volte superficiali – è arrivata la risposta del palco. Non solo parole, ma spettacolo. Nek che imbraccia la chitarra e canta in piazza Santa Sofia, Pio e Amedeo che trasformano un’intervista in uno show, Enzo Miccio e Carla Gozzi che improvvisano una versione dal vivo di “Come ti vesti?”. Momenti leggeri, certo, ma autentici, capaci di creare connessione.

Senza dimenticare i contenuti. Perché il BCT resta anche questo: un luogo dove si parla di temi importanti. Le aree interne, ad esempio, finite al centro del dibattito grazie alla presenza di Elio Germano e del regista Francesco Cordio con “Ritorno al tratturo”. O il lato oscuro di internet, tra social network e siti erotici, con la proiezione in anteprima del film ‘Blue’ (nel cast anche Rocco Siffredi). Un segnale chiaro: intrattenimento e riflessione possono – e forse devono – convivere.

Il BCT X, dunque, è stato tutto questo: un festival capace di tenere insieme identità e apertura, qualità e popolarità, approfondimento e spettacolo. Forse è proprio qui la chiave del suo futuro. In quella dimensione “nazional popolare” che non banalizza, ma amplifica. Che non semplifica, ma rende accessibile.

Se questa è la strada, allora il prossimo traguardo non è più la crescita. È la consacrazione definitiva.

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