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ECONOMIA

Territori in bilico – Il Sud stereotipato nelle note di un tormentone

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Pretendere da un brano musicale la restituzione fedele della complessità del reale sarebbe un errore di prospettiva. Eppure, le canzoni — soprattutto quelle destinate a diventare tormentoni — hanno un potere preciso: quello di sedimentare immagini, rafforzare immaginari, diffondere visioni del mondo.

È in questa zona intermedia, tra libertà artistica e costruzione simbolica, che si colloca Al mio paese, la recente collaborazione tra Serena Brancale e Levante. Un brano efficace, orecchiabile, destinato con ogni probabilità a dominare l’estate 2026. Ma anche, allo stesso tempo, un perfetto esempio di come certi stereotipi sul Sud continuino a circolare, spesso senza essere messi in discussione. Ne hanno parlato già in maniera interessante e critica nei mesi scorsi la testata irpina Orticalab e il collega sannita Michele Palmieri. 

Il sentimento da cui tutto parte è legittimo: la nostalgia. La nostalgia di chi è partito, per scelta o per necessità, e guarda al proprio luogo d’origine con uno sguardo affettivo, talvolta idealizzato. È un sentimento antico, quasi universale. Ma è proprio nella sua traduzione narrativa che emergono le criticità.

Nel brano — e ancora di più nelle immagini che lo accompagnano — prende forma un Sud riconoscibile e rassicurante: borghi vivi, piazze affollate, processioni partecipate, panni stesi, relazioni dense. Un Sud che funziona perfettamente come immagine. Ordinato, leggibile, quasi cinematografico.

Il problema è che quel Sud esiste sempre meno. O meglio: esiste a intermittenza. Nei giorni delle feste, nelle settimane estive, nei ritorni temporanei di chi vive altrove. È un Sud che si accende e si spegne. Che si riempie e si svuota. Una scenografia che prende vita solo quando qualcuno la attraversa.

La realtà, nel frattempo, racconta altro. Da anni le aree interne del Mezzogiorno sono attraversate da un processo di spopolamento costante. Non partono più soltanto i giovani, ma anche gli anziani, i cosiddetti “nonni con la valigia”, che raggiungono i figli nelle grandi città per accudire i nipoti. Interi paesi si assottigliano, i servizi arretrano, le scuole chiudono, la sanità si allontana.

In questo contesto, immagini come le “piazze piene” assumono un valore ambiguo. Non sono false, ma sono parziali. Raccontano un momento, non una condizione. Una sospensione, non una struttura.

Non si tratta di negare il valore culturale o affettivo di questi luoghi. Né di chiedere alla musica di farsi denuncia. Ma forse è il caso di interrogarsi su quale immagine del Sud continuiamo a produrre e consumare.

Perché quel Sud funziona benissimo per chi passa: è bello, riconoscibile, fotografabile. Molto meno per chi resta, e deve fare i conti con lavoro, servizi, infrastrutture, possibilità.

Negli ultimi anni si è parlato molto di “restanza”, di ritorno, di riscoperta delle aree interne. Una narrazione affascinante, ma spesso sovrapposta alla realtà. Perché mentre si celebra il restare, molti continuano a partire. E mentre si racconta la resilienza, interi territori entrano in una fase di contrazione strutturale.

Non è un’opinione isolata. Documenti istituzionali parlano apertamente di aree destinate a un declino irreversibile. Non più territori da rilanciare, ma da accompagnare in una lenta uscita di scena.

Dentro questa cornice, la distanza tra racconto e realtà diventa evidente. E allora la domanda cambia: cosa significa davvero “tornare”? Tornare non è riempire per qualche settimana una piazza che poi tornerà vuota. Non è abitare un’immagine. Tornare, se ha un senso, implica trasformare. Creare condizioni perché quella vita non sia episodica, ma continua.

Allo stesso modo, anche la “restanza” va liberata dalla retorica. Non è una scelta romantica, né un gesto eroico. Può diventare, semmai, un atto politico. Un modo per opporsi a un processo che sembra già scritto.

Il punto, forse, non è smettere di raccontare il Sud. Ma iniziare a raccontarlo diversamente. Meno come luogo da guardare, più come luogo da interrogare. Meno come immagine piena, più come spazio attraversato da vuoti. Meno come nostalgia, più come conflitto.

Perché le narrazioni comode — quelle che funzionano meglio nelle canzoni e nelle cartoline — servono quasi sempre a chi passa. Non a chi resta.

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