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CULTURA

Nicola Dal Falco e Luca Signorini, le parole

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Una volta

Una volta non c’erano i telefonini, e non c’erano i computer, non c’era you tube, facebook, e i canali in tivù erano solo due, anzi uno, anzi, una volta non c’era nulla di tutto ciò da cui oggi dipendiamo.
Una volta gli uomini dipendevano dai colori, solo dai colori.
Una caramella colorata, un sasso colorato, una conchiglia piena di luce, una biglia magica che muta le sue tinte se la fai scintillare al sole, una bottiglia piena di riflessi.
Tutto era colore, e l’unica dipendenza inconsapevolmente vissuta da tutti gli uomini del mondo era la dipendenza dal rosso del sangue, dal viola del mattino, dal blu del buonumore, dal bianco della propria sposa, dall’azzurro di un monte lontano.
Una volta colori e sapori erano tutt’uno.
Il sapore del rosso faceva sorridere. Tutti mangiavano i pomodori rossi, interi, pieni di sugo che schizzava quando li addentavano, e faceva ridere, quel rosso. Soprattutto i bambini.
Una volta gli uomini si conoscevano molto meglio, non filtravano l’amicizia nelle chat, non raccontavano i propri sentimenti ad un programma di videoscrittura, e non guardavano la televisione.
Parlavano tra loro e si osservavano, perché ogni uomo aveva un colore diverso, e per capire il senso profondo delle parole del tuo amico dovevi averlo davanti agli occhi, e dovevi accarezzare i riflessi luminescenti di cui le sue parole erano rivestite. L’amicizia tra bambini era tutta basata sul colore e i bambini si aggregavano, disponendo le loro anime in modo che le tinte di quelle anime si armonizzassero nel modo migliore.
Era un meccanismo istintivo.
Così il succo di una pera che cola tra le mani, le tingeva di arcobaleni nuovi, mai visti prima, unici. Ogni frutto aveva sfumature sue.
I cibi, al mercato, si sceglievano solo in base al colore di cui, quel giorno, si sentiva la necessità. Tutto era luce, tutto era pulito, tutto era vivo.
Oggi non è più così. Ma c’è chi, come Nicola, ci ricorda com’era la vita, una volta.
Si fondava sui colori. Sarebbe bello tornare a quella vita.

Luca Signorini

***

Oziando il più possibile

Una musica languida e lucida, un tema che allunga il passo in una vigna e circoscrive con la punta dello scalpello un ricciolo di marmo?
Ascoltare rende visibili le immagini, le ripulisce di senso, lasciandole loquaci come frasi.
Ascoltare il violoncello di Luca, scoprendo la costruzione navale dei Ricercari di Gabrielli, mi ha smosso a desideri di cabotaggi e approdi.
Lungo la linea di costa e le sorprese di un portolano.
Formare un sodalizio artistico significa, in definitiva, darsi appuntamento in mezzo al mare e sapere che nessuno dei due tergiverserà sul giorno e l’ora.
Prima ho letto il romanzo di Luca, poi lo ho ascoltato e infine osservato attraverso i suoi disegni.
È stato questo il percorso, ma sarebbe potuto succedere con un altro ordine, perché per Luca i codici dipendono dal linguaggio e non viceversa.
Liberare l’espressione assolve dalle ore di studio, dai tentativi, dalle attese, giustifica, se mai ce ne fosse bisogno, l’otium dell’arte.
Così in questi disegni, eseguiti al tratto oppure costruiti come lievi architetture, rielaborati sempre al computer, affiora l’urgenza di dire.
Un dire che non si stacca dalla musica e dalla parola, ma le innesta di altre forme con languore e lucidità.

Nicola Dal Falco

 

 

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