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ECONOMIA

Territori in bilico – Commercio nei centri storici: una legge contro la crisi e per salvarne l’identità

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Per anni il declino commerciale dei centri storici italiani è stato raccontato come una conseguenza inevitabile della modernità: l’e-commerce, i centri commerciali, il cambiamento delle abitudini di consumo. Ora, però, qualcosa sembra cambiare anche nella politica nazionale. La proposta di legge C. 362 sulla tutela e valorizzazione delle attività commerciali nei centri storici segna infatti un passaggio importante: per la prima volta si riconosce apertamente che il mercato, da solo, non può governare il destino urbano delle città italiane.

Tra le novità più rilevanti il testo prevede la possibilità per i Comuni di istituire un elenco di zone all’interno dei centri storici in cui l’apertura, il trasferimento o il mutamento di settore merceologico degli esercizi siano subordinati a una specifica autorizzazione dello Sportello Unico per le Attività Produttive (SUAP). Il fine è garantire la conservazione del patrimonio storico e la valorizzazione del commercio tradizionale e di vicinato. Inoltre, il provvedimento prevede l’istituzione di un Fondo nazionale per la riqualificazione delle attività commerciali nei piccoli comuni con popolazione inferiore ai 5mila abitanti.

Non si tratta soltanto di limitare alcune aperture o di difendere il piccolo commercio in chiave nostalgica. La questione è più profonda: riguarda il ruolo pubblico nella costruzione degli equilibri urbani.

Negli ultimi tredici anni l’Italia ha perso oltre 156mila negozi al dettaglio e attività ambulanti. Nei centri storici la riduzione supera il 25%, con punte drammatiche per edicole, botteghe tradizionali e negozi di abbigliamento. Ma il dato economico è solo una parte del problema. La desertificazione commerciale sta modificando la funzione stessa dei centri urbani, soprattutto nelle città medie e nelle aree interne.

Nelle grandi città il commercio si trasforma ma continua spesso a trovare nuove forme di equilibrio grazie al turismo, agli investimenti e ai grandi flussi. Nei centri urbani medi, invece, la chiusura di un negozio coincide spesso con la perdita di un presidio sociale. Quando spariscono librerie, alimentari, mercerie, edicole o botteghe artigiane, non si impoverisce soltanto l’offerta commerciale: si indebolisce la quotidianità urbana.

È qui che la proposta assume un valore strategico. Il testo riconosce ai Comuni la possibilità di intervenire sulla qualità e sulla compatibilità delle attività economiche presenti nei centri storici. Significa poter evitare che intere aree urbane vengano consegnate a una monocultura commerciale fatta esclusivamente di attività a basso valore relazionale o orientate soltanto al consumo rapido e turistico.

Naturalmente il tema è delicato. Ogni intervento regolatorio in materia commerciale rischia di essere accusato di limitare la concorrenza o comprimere la libertà d’impresa. Ma il punto vero è un altro: nessuna città europea di successo lascia completamente al mercato la definizione del proprio equilibrio urbano. Da anni molte amministrazioni intervengono per tutelare funzioni considerate strategiche per la qualità della vita urbana, dalla residenza al commercio di prossimità.

Anche Confcommercio, durante l’audizione alla Camera, ha espresso una valutazione complessivamente positiva del testo, chiedendo però un maggiore coinvolgimento delle associazioni di categoria e un coordinamento più chiaro con le normative esistenti. Una richiesta che appare ragionevole: le politiche urbane funzionano soprattutto quando vengono costruite insieme agli attori economici e sociali che vivono quotidianamente le città.

La proposta, inoltre, arriva in un momento in cui le città medie italiane stanno vivendo una fase particolarmente fragile. Lo spopolamento delle aree interne, l’invecchiamento della popolazione, la crescita dei poli commerciali periferici e l’espansione dell’e-commerce stanno erodendo progressivamente la centralità dei nuclei storici. In molti territori il rischio non è soltanto la chiusura dei negozi, ma la perdita della funzione urbana stessa dei centri storici.

Per questo il provvedimento potrebbe rappresentare molto più di una legge sul commercio. Potrebbe diventare il tentativo di ridefinire il rapporto tra economia e città, riportando la pianificazione urbana dentro una visione pubblica più ampia.

Naturalmente nessuna legge, da sola, può invertire una trasformazione così complessa. Serviranno investimenti, politiche abitative, mobilità sostenibile, incentivi per le imprese locali e una strategia seria per le aree interne. Ma il principio introdotto dalla proposta è significativo: i centri storici non sono soltanto spazi economici. Sono beni collettivi.

Ed è probabilmente questo il punto politico più importante. Difendere il commercio di prossimità non significa opporsi al cambiamento o proteggere artificialmente il passato. Significa riconoscere che la qualità urbana, la coesione sociale e l’identità delle città hanno un valore pubblico che il mercato, da solo, non sempre riesce a preservare.

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