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ECONOMIA

Sannio, in un anno 205 artigiani in meno ma flessione sotto media nazionale

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In un Paese dove le botteghe di vicinato hanno da sempre rappresentato il cuore pulsante dei quartieri e la spina dorsale della socialità locale, il settore artigiano sta attraversando una stagione di profonda e prolungata contrazione. I numeri diffusi dall’Ufficio Studi della CGIA di Mestre tracciano un quadro dai contorni chiari: nel 2025 le sedi di imprese artigiane attive in Italia sono scese a 1,22 milioni, allontanandosi sempre più dai picchi raggiunti nel 2008, quando sfioravano il milione e mezzo.

Ancora più significativo è il dato sul capitale umano: gli artigiani attivi — comprensivi di titolari, soci e collaboratori familiari — sono passati dai 1,73 milioni del 2015 a poco meno di 1,30 milioni nel 2025. Si tratta di una perdita di oltre 433 mila lavoratori nell’arco di un solo decennio, pari a un calo del 25,1%, con una flessione che soltanto nell’ultimo anno si è attestata al 5,1%. A pesare su questo scenario sono trasformazioni strutturali complesse: la concorrenza spietata dell’e-commerce e della grande distribuzione, la pressione dei costi fissi come affitti, bollette e tasse locali, il progressivo invecchiamento demografico e un ricambio generazionale stanco che fa fatica a decollare.

Guardando alle dinamiche del Sannio, il quadro mostra un territorio che, pur non essendo immune dalla crisi generale, evidenzia una capacità di tenuta relativa superiore rispetto a molte altre realtà nazionali. Nel confronto tra il 2024 e il 2025, la platea degli artigiani sanniti si è ridotta di 205 unità, passando da 4.557 a 4.352 lavoratori attivi, segnando un calo percentuale del 4,5%.

Questo risultato permette alla provincia di Benevento di posizionarsi al 74º posto nella graduatoria nazionale delle 107 province italiane per perdita percentuale nell’ultimo anno, registrando una flessione meno accentuata rispetto alla media dell’intero Paese. Tuttavia, il dato va letto all’interno della specifica geografia economica del Sannio. Nei tanti piccoli comuni e nei centri montani della provincia, dove il calo demografico e lo spopolamento flettono costantemente la domanda locale, la chiusura di una bottega artigiana non equivale semplicemente alla perdita di un posto di lavoro o di una partita IVA. Significa spegnere una luce in un centro storico, privare la comunità di un presidio sociale fondamentale e rendere sempre più ardua la reperibilità di professionisti per le riparazioni quotidiane, dai falegnami agli idraulici, dagli elettricisti ai fabbri.

Se si allarga lo sguardo all’intera Campania, si nota come il Mezzogiorno abbia contenuto le perdite decennali in misura maggiore rispetto alle regioni del Centro e del Nord Italia. Tra il 2015 e il 2025 la Campania ha registrato una contrazione del 17,9% a fronte del calo nazionale del 25,1%, grazie anche al volano rappresentato dagli investimenti del PNRR e dalla coda degli interventi legati ai bonus per l’edilizia.

Nell’ultimo anno la regione ha visto la perdita di circa 3.180 artigiani, per una flessione complessiva del 4,8%. All’interno di questo scenario regionale, le singole province si muovono con velocità differenti. Napoli guida la graduatoria negativa con la contrazione più marcata, pari al -5,3% (passando da 27.614 a 26.141 artigiani), risentendo dell’elevata saturazione commerciale e dell’impatto dei costi di gestione metropolitani. L’Irpinia segue a breve distanza con una flessione del 4,9% ad Avellino (da 6.455 a 6.137 artigiani). Benevento, con il suo -4,5%, si colloca esattamente in una posizione intermedia nel panorama campano: mostra un andamento migliore rispetto a Napoli e ad Avellino, pur registrando un calo leggermente più pronunciato rispetto a quanto rilevato nelle province di Caserta (-4,3%, con 9.346 artigiani rimasti) e Salerno (-4,2%, che conta 17.328 artigiani).

L’andamento dell’artigianato nel Sannio e in Campania dimostra come il settore sia a un bivio decisivo tra declino e ridefinizione del proprio ruolo economico. Per evitare che i mestieri manuali vadano incontro a un’estinzione progressiva, le analisi della CGIA suggeriscono di intervenire su più fronti integravano politiche di sostegno e visione strategica. Da un lato appare indispensabile prevedere misure mirate come un reddito di gestione per chi sceglie di avviare o mantenere in vita una bottega nei comuni al di sotto dei diecimila abitanti, salvaguardando il tessuto sociale dei centri minori. Dall’altro è fondamentale investire sulla formazione e sul valore culturale del lavoro manuale, ridando centralità agli istituti professionali per coprire la crescente richiesta di manodopera qualificata.

 

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