CRONACA
Lotta alla criminalità e il valore della legalità: Unisannio e Questura insieme per un momento di confronto
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La lotta alla criminalità, il valore della legalità e il rapporto tra istituzioni e giovani. Sono stati questi i temi al centro del convegno “Combattere il male – Difendere il Bene”, organizzato dalla Questura di Benevento in collaborazione con l’Università degli Studi del Sannio in occasione della festività di San Michele Arcangelo, patrono della Polizia di Stato.
Un momento di riflessione che ha scelto l’Università come luogo di confronto, con l’obiettivo di raccontare agli studenti anche una delle pagine più drammatiche della storia recente del Paese: la stagione delle stragi di mafia dei primi anni Novanta e la successiva risposta dello Stato sul piano normativo e investigativo. “L’Ateneo ha accolto con favore la proposta della Questura perché è importantissimo poterci confrontare su queste tematiche e aprire delle prospettive sia storiche che futuristiche ai nostri studenti. Un confronto che si inserisce anche nel percorso formativo dell’Università, dove etica e legalità fanno parte della nostra vita quotidiana”, ha sottolineato la rettrice dell’Università degli Studi del Sannio Maria Moreno.
A spiegare il senso dell’iniziativa è stato il questore di Benevento, Giovanni Leuci, che ha evidenziato la scelta di partire proprio dalle stragi di mafia degli anni Novanta: “Da quel momento storico l’Italia ne è uscita con un sistema legislativo più rafforzato”, ha spiegato.
Il tema della legalità, però, non riguarda soltanto le norme e l’azione delle forze dell’ordine. “Dobbiamo con le norme civiche, con i comportamenti, con le condotte, noi stessi fare da esempio”, ha aggiunto il questore, indicando nell’Università e nei giovani che si preparano ad affacciarsi alla vita professionale e civile un luogo particolarmente importante per trasmettere questi valori. “Credo che sia il momento più alto per noi di poter passare questo testimone”.
Il cuore del confronto è stato quindi il rapporto tra la risposta dello Stato alla criminalità e la necessità di trasmettere alle nuove generazioni una solida cultura della legalità. Un tema affrontato non soltanto dal punto di vista giuridico, ma anche attraverso la testimonianza diretta di chi ha vissuto in prima persona una delle pagine più drammatiche della storia recente italiana.
È il caso di Calogero Germanà, dirigente superiore della Polizia di Stato oggi in quiescenza, che nel settembre del 1992 fu vittima di un attentato mafioso. La sua esperienza ha consentito agli studenti di confrontarsi direttamente con quella stagione di sangue e con il significato di un impegno professionale vissuto in prima linea nella difesa dello Stato e della collettività.
Ed è proprio partendo da quella esperienza che Germanà ha dato una lettura concreta del titolo del convegno: “Quando noi combattiamo il male diventiamo il bene. È un’attività per il progresso sociale e civile della comunità“.
Un concetto che, nella sua riflessione, si lega anche alle difficoltà quotidiane di chi opera nelle forze dell’ordine. Germanà ha richiamato in particolare il tema degli organici e della necessità di avere una consistenza numerica adeguata rispetto al tipo di criminalità da affrontare. Una difficoltà che, secondo l’ex dirigente, può essere in parte compensata dallo “spirito di umana fraternità”, richiamato anche dalla preghiera a San Michele Arcangelo, capace di spingere gli operatori ” a produrre più di quanto uno possa produrre».
Parlando infine del rapporto tra cittadini e forze dell’ordine, Germanà ha preferito parlare non tanto di sfiducia quanto di un «sentimento di attesa» da parte della popolazione. L’obiettivo, ha spiegato, è arrivare a una capacità di risposta sempre più tempestiva alle richieste dei cittadini: “Se le forze dell’ordine riusciranno un giorno, è difficile ma siamo su queste strade, a rispondere a vista alle chiamate, penso che avremmo raggiunto il risultato ottimale”.




