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CULTURA

Territori in bilico – Elio Germano, il tratturo e le aree interne

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Lunedì sera, al Festival del Cinema e della Televisione di Benevento, arriverà Elio Germano. Non nelle capitali abituali del cinema, ma qui, nel Sannio, in una delle geografie che troppo spesso restano fuori dai radar. È già questo, in fondo, il primo elemento che merita attenzione: la scelta — o forse la coincidenza — di portare Ritorno al tratturo, il documentario di Francesco Cordio di cui è protagonista, proprio in uno di quei territori marginali che il film prova a raccontare. Un ritorno che non ha il sapore della nostalgia, ma quello di una presenza, discreta e significativa.

Non serviranno molte parole, anche perché, è stato annunciato, non ce ne saranno almeno con la stampa in occasione del photocall. Eppure, a volte, sono proprio i luoghi a parlare per primi. E Benevento, come tante città e paesi delle aree interne, non è soltanto uno sfondo: è parte del discorso. Qui il racconto del tratturo non suona come una suggestione lontana, ma come una traccia ancora leggibile nel paesaggio e nelle vite.

Il tratturo, come lo racconta il documentario, non è un relitto del passato. È una linea viva, anche quando appare abbandonata. Una striscia di terra che attraversa regioni e storie, oggi sospesa tra ciò che è stato e ciò che potrebbe tornare a essere. “Non una nostalgia, ma un’operazione sul presente”: è questa la chiave più utile per leggerlo. Perché lungo quella linea si incontrano — o si sfiorano — esperienze che parlano tutte la stessa lingua, pur senza essersi mai conosciute.

C’è chi resta e reinventa, spesso lontano da ogni retorica. Valerio, che alleva capre tra le montagne di Frosolone e produce formaggio in condizioni difficili, facendo i conti più con la burocrazia che con la natura. Federica, che tiene aperto un ristorante ereditato all’improvviso, trasformandolo in un presidio umano prima ancora che economico. Ci sono giovani che aprono una libreria dove sembrava impossibile, e comunità che si ritrovano camminando, passo dopo passo, lungo i percorsi molisani.

Sono storie diverse, ma non isolate. Il documentario le tiene insieme in un racconto corale, quasi una comunità in potenza. Persone che non si sono mai incontrate e che tuttavia sembrano rispondersi, come se abitassero già uno spazio comune. Forse è proprio questo il punto più interessante: non tanto ciò che esiste, ma ciò che può esistere.

Perché le aree interne, in Italia, non sono un dettaglio. Coprono il 60% del territorio nazionale e ospitano circa 13 milioni di persone. Eppure, in molti di questi luoghi, raggiungere una scuola o un ospedale richiede ancora ore. La connessione è fragile, i servizi essenziali intermittenti, le opportunità spesso altrove. Non è soltanto una questione geografica: è una questione politica.

E allora il rischio è che parole come “spopolamento” o “resilienza” diventino formule vuote, buone per ogni discorso e per nessuna soluzione. Il merito di lavori come Ritorno al tratturo è quello di spostare lo sguardo: dalle categorie astratte alle vite concrete. Di restituire complessità dove spesso si semplifica, e dignità dove si tende a raccontare solo mancanze.

Il tratturo, quel “grande fiume verde” che per secoli ha unito l’Europa al Mediterraneo, torna così come metafora e come possibilità. Non un ritorno indietro, ma un modo diverso di stare al mondo: più leggero, più essenziale, più connesso ai territori. Le persone che oggi lo attraversano e lo abitano non custodiscono soltanto paesaggi, ma pratiche, saperi, relazioni. In una parola: futuro.

Ma perché questo futuro non resti confinato nel racconto o nella memoria, serve un passaggio ulteriore. Non basta osservare queste esperienze con ammirazione o curiosità. Serve riconoscerle come parte di una strategia più ampia. Investire in infrastrutture, servizi, scuola, sanità. Rendere possibile ciò che oggi è spesso affidato alla sola ostinazione individuale.

In questo senso, la presenza di Germano a Benevento — anche senza dichiarazioni — assume un valore che va oltre la singola serata. Non tanto per ciò che verrà detto, ma per ciò che viene mostrato. Perché portare qui questo film significa, comunque, spostare un po’ più in là il centro del discorso. Significa riconoscere che esiste un’Italia che non è periferia o marginalità, ma punto di partenza.

All’ottimo Germano, artista noto per l’impegno sociale e civile, avremmo voluto chiedere quali emozioni ha vissuto con una esperienza professionale che ti mette a contatto con la mancanza di servizi, di infrastrutture, che ti fa guardare dritto negli occhi lo spopolamento, la fuga dei giovani e la desolazione delle nostre terre, oggi sempre più marcati. Sarebbe stato bello chiedergli cosa il cinema può ancora fare per denunciare a chi di dovere un problema che non è manco più un problema, ma è diventato ormai rassegnazione, uno slogan utilizzabile per tutte le campagne elettorali alle nostre latitudini, una parola evergreen da mettere dentro in qualsiasi comizio, un po’ come ‘resilienza’, ‘sinergia’ e ‘fare rete’. 

La domanda più importante resta aperta, ma forse cambia forma. Non più cosa possono fare questi territori per tornare visibili, ma cosa siamo disposti a fare noi per non considerarli più invisibili. Perché i territori in bilico non chiedono di essere raccontati meglio. Chiedono, semplicemente, di essere messi nelle condizioni di restare vivi. E’ un diritto sacrosanto di chi li abita e li onora ogni giorno, è un dovere della politica fare qualcosa di concreto invece di accompagnarli alla morte. 

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