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SANNIO

Premio “Salva La Tua Lingua Locale”: terzo l’I.C. S@mnium di Pontelandolfo

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In occasione dell’edizione 2025/2026 del Premio Nazionale di poesia e prosa edita e inedita in dialetto “ Salva La Tua Lingua Locale” sezione scuola, giunto all’undicesimo appuntamento, l’I.C. S@mnium di Pontelandolfo, con il racconto “Caro Enrico”, “Car’ Ricùcc’” nella traduzione in vernacolo pontelandolfese, ottiene un terzo posto di grande prestigio. La cerimonia di premiazione si è svolta nella città capitolina, presso la Sala Giulio Cesare in Campidoglio.

Entusiasmo alle stelle per i ragazzi della Classe II A della Scuola Secondaria di I° grado, protagonisti in assoluto del progetto, nessuno escluso, capitanati dall’alunno Enrico Sicardi. Grande è la soddisfazione della Dirigente Scolastica Elisanna Pezzuto, sempre più un perno forte dell’I.C. S@mnium, e della prof.ssa Teresa Longo, docente referente dell’iniziativa, che ha ribadito le sue già riconosciute competenze e qualità professionali.

“E’ stato emozionante – ci ha detto la prof.ssa Longo – poter celebrare la ricchezza del nostro dialetto in Campidoglio, l’intento è quello di non disperdere un patrimonio fatto di suoni, memorie collettive e identità. Attraverso la lettera postuma di un anziano nonno a un nipotino, gli studenti hanno valorizzato la cultura, i sapori , le tradizioni del loro territorio”. l’Amministrazione Comunale ha garantito la trasferta a Roma, il primo cittadino Ovidio Valerio Testa, non ha fatto mancare il suo sostegno, sventolando in alto, con grande orgoglio, il vessillo della comunità sannita tra le mura del Campidoglio.

“Originale racconto di stile epistolare dove un nonno scrive al nipotino raccontandogli la sua vita e il legame con la sua terra. Si crea così un ponte tra le generazioni in un dialogo ideale tra passato e presente. Si tratta quindi di una sorta di passaggio del testimone, perché le nuove generazioni riescano a ritrovare la gioia e il sorriso anche con le piccole cose. L’augurio contenuto in questa lettera “postuma” è di non smarrire la propria spontaneità e la memoria delle proprie origini. Lo stile, di cui si avverte la tensione emotiva, è scorrevole e ben costruito”. Sono queste le parole della motivazione riportata sull’Antologia dei vincitori e dei finalisti, che ha sancito il terzo premio dell’I.C. S@mnium al concorso indetto da UNPLI – Unione Nazionale delle Pro Loco d’Italia e ALI – Autonomie per l’Italia – Lazio, in collaborazione con il Centro Internazionale “Eugenio Montale” e l’E.I.P. “Scuola Strumento di Pace”.

Il dialetto, la forma di comunicazione più immediata ed efficace, che ha accompagnato il cammino dei popoli nei secoli, che ha dato voce ai sentimenti, alle passioni, alle emozioni degli antichi padri e un senso all’adagio ora et labora della vita trascorsa nelle case e nelle botteghe ammucchiate nel labirinto di vicoli e viuzze dei borghi primordiali, è il patrimonio culturale più prezioso di una comunità, da coltivare, valorizzare e diffondere.

Il dialetto è storia, è vita, è colore. Il dialetto è l’orgoglio della nostra vera identità. Il dialetto è il cordone ombelicale, indivisibile, che ci lega alla madre terra per l’eternità. Il dialetto è fonte perenne di cultura. Il dialetto sono le nostre madri, i nostri padri, i nostri avi. Il dialetto siamo noi, parla di noi e come noi ha proprietà sorprendenti, segreti ben custoditi. Secondo lo studio di stimati esperti linguisti, una persona è più intelligente nella propria lingua madre.

Il primo a intuire il potenziale comunicativo del volgare, anche nella lingua scritta, non poteva non essere che il Sommo Poeta. Facendo uso del dialetto fiorentino in molti dei suoi immortali capolavori, Dante “elevò il volgare a lingua illustre”. Sulla questione, tra l’altro, dedicò un trattato (rimasto incompiuto), De Vulgari Eloquentia.

Altri grandi intellettuali utilizzarono il volgare nei loro scritti. Petrarca ad esempio scrisse nella lingua del volgo due opere, il poemetto allegorico Trionfi e la raccolta di liriche Canzoniere. Giovanni Boccaccio, con Dante e Petrarca, va a completare la triade, nota con il nome di “Tre Corone”, con il capolavoro letterario Decameron.

E’ sulle opere dei tre autori, le più lette di sempre, che, quando ancora era lontano il tempo dell’Italia unita, si modellano le scelte linguistiche di molti autori. Pietro Bembo, scrittore e poeta umanista veneziano, scelse a modello quello boccacciano per la stesura del suo terzo libro Prose della vulgar lingua, considerate la prima grammatica della lingua volgare italiana.
Pier Paolo Pasolini, per arrivare ai giorni nostri, vedeva nel dialetto “l’ultima sopravvivenza di ciò che è ancora puro e incontaminato”.

Ma già Gesù e i suoi Apostoli, per parlare tra di loro e con i loro seguaci, usavano l’aramaico, un idioma galileo, che tutti potevano ascoltare e capire. In aramaico Gesù narrò le sue parabole, pronunciò i suoi discorsi, si rivolse agli ammalati, compì i suoi miracoli.

Eloi Eloi lemà sabachtani, che in aramaico significa “Dio mio Dio mio perché mi hai abbandonato”, furono le ultime parole che Cristo morente sulla Croce rivolse al Padre.
Il volgare, che afferisce a lingua vernacolare, non deve intendersi come parola dispregiativa, bensì come propria del volgo (vulgus, popolo in latino), delle classi popolari, come lingua parlata dalla generalità della popolazione, come forma di comunicazione antica quanto l’uomo.

Parliamo il nostro dialetto, non facciamolo diventare reperto da museo, oggetto della memoria, teniamolo in vita … per sempre. In questo diamo grande merito all’I.C. S@mnium, all’impegno degli alunni della Classe II A della Scuola Secondaria di I° grado, alla docente Teresa Longo, di radici pontelandolfesi, che ha sempre creduto nella bontà del progetto, accompagnando e motivando i ragazzi fino al traguardo, pienamente sostenuti dal Dirigente Elisanna Pezzuto.

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