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Scuola

‘Non si chiuda il dialogo fra professori e studenti’

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Come si sia conclusa la vicenda occupazione del Liceo Scientifico Rummo lo sappiamo; degli scenari che hanno attraversato il moto di protesta contro la riforma a firma del ministro Gelmini cominciano a saperne sempre di più. Ed aiuta anche questa “lettera aperta ai docenti” del Liceo scritta da Angelo Oliva, che pubblichiamo integralmente.

“Cari professori, cercherò con queste poche righe di rendervi partecipi dei tanti sentimenti che in questo momento animano gli studenti del liceo; mi rivolgo a voi poiché nei prossimi giorni avrete il grande onere di stabilire la linea con cui verrà affrontata la vicenda occupazione. 
Io ho la deliziosa presunzione di ritenermi una persona moderata, sia nei toni che nelle scelte, sempre incline a mettersi in discussione e sempre pronta, al tempo stesso, a difendere le sue idee. Con coerenza ho provato a portare avanti anche durante l’occupazione le mie convinzioni, adattandole pragmaticamente allo scenario circostante ma comunque senza mai dover scendere a compromessi. Per questa stessa ragione martedì 30 novembre, nel corso della mattinata, imbracciai il megafono e, facendomi portavoce della proposta di cogestione del preside, affrontai un’assemblea a dir poco infuocata, sobbarcandomi fischi e insulti; per questa stessa ragione, quando, nel pomeriggio di quello stesso giorno, si parlò di una data limite (sabato) per la durata dell’occupazione, volendo io insieme ad altri dare una svolta costruttiva alla protesta, contattai dei docenti disposti a guidarci in lezioni e momenti di riflessione; per questa stessa ragione, quando nel fine settimana constatai la presenza dei primi germi di quella che sarebbe stata la successiva degenerazione dello stato di cose all’interno della scuola, non esitati a spingere con veemenza per una pacifica e dignitosa conclusione dell’occupazione; per questa stessa ragione, quando il 5 dicembre assieme a Luca Scarallo fui cacciato dall’istituto a causa della non-condivisione della linea maggioritaria, non ebbi paura di contattare altri 80 coraggiosi ragazzi che si unirono a noi in un documento di dissociazione.

Parafrasando termini iperbolici, molto più grandi di tutti noi, NO! non sono il martire della rivoluzione, né in me è nata quella delusione storica che in passato fece di tanti uomini dei reazionari. Ma posso dire con assoluta certezza di aver imparato quanto sia difficile nella vita pubblica e sociale mantenere una linea di pensiero coerente, logica e soprattutto MODERATA. Ho constatato che saltare sul carro del vincitore, accettare in maniera acritica le idee preconfezionate della maggioranza, nascondersi dietro una coltre indistinta di persone sono cose di una comodità inaudita mentre mettersi in gioco, assumersi la responsabilità di andare controcorrente per difendere le proprie idee, ammettere di aver sbagliato e cambiare idea sono atti che richiedono grande sforzo. Proprio sulla scorta di questa mia personale esperienza mi sento adesso in dovere di lanciarvi, dal mio piccolo, un accorato appello. Evidentemente è questa una di quelle situazioni in cui non ci sono né vincitori né vinti, non c’è dunque un “carro” su cui saltare, eppure percepisco forte il rischio che si cada nella generalizzazione e nell’estremismo, due grandi minacce che potrebbero minare le fondamenta dell’intera comunità scolastica. In relazione alla prima sono infatti dell’idea che sia necessaria una profonda e decisa condanna per quanto di deprecabile e violento sia accaduto all’interno del nostro edificio scolastico, congiuntamente a sanzioni disciplinari e giuridiche laddove necessario nei confronti dei responsabili; al tempo stesso, però, ritengo che sia doveroso tutelare quella maggioranza silenziosa degli studenti che si è dissociata da tutto ciò o che comunque anche durante l’occupazione ha lavorato e costruito in maniera positiva. Quest’ultima considerazione è strettamente legata, poi, al secondo oggetto di preoccupazione: una possibile eccessiva durezza nella reazione nei confronti di noi ragazzi. Non vorrei infatti che, come conseguenza, venisse chiusa la porta del potenzialmente virtuosissimo dialogo tra corpo docenti e compagine studentesca. Come ho più spesso avuto modo di scrivere, dall’esperienza dei primi, fruttuosi, giorni di occupazione ho capito che la vera riforma della scuola parte dal basso, da noi alunni e da voi docenti, da un rapporto interlocutorio fatto di dialettica, collaborazione e cooperazione. Per più di un momento, durante la protesta, ho pensato che questo miraggio di scuola ideale si potesse concretizzare, a maggior ragione se fossimo “usciti di scena” in maniera dignitosa. E invece l’inciviltà e la barbarie hanno spezzato questo breve quanto illuminante incantesimo: adesso ho perso davvero molte delle speranze e delle motivazioni per le quali fino ad ora mi sono pubblicamente speso. Ecco dunque che mi rivolgo a voi, non in quanto professori e professoresse, ma come uomini e donne, quindi mariti, mogli, padri e madri e soprattutto in quanto educatori e educatrici. Vi chiedo dunque dal profondo del cuore di smentire queste mie preoccupazioni, di sposare la linea moderata, condannando ciò che DEVE essere condannato ma salvando comunque ciò che PUÒ essere salvato. In questa ottica mi vedo già con voi, a partire da lunedì, in ambito extrascolastico, a intavolare un momento di analisi critica su quanto è successo con la collaborazione di tutti. Potrebbe essere davvero qualcosa di significativo anche se, per adesso, questa è un’altra storia…”

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