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POLITICA

Sul cadavere delle Province banchettano i parassiti, su quello del Parlamento i nominati: W le aree interne!

La Riforma Delrio, la peggiore della storia Repubblicane, ha reso le Province, un tempo cabina di regia dei territori marginali, dei centri di gestione ad uso e consumo di apparati parassitari che hanno il solo obiettivo di sopravvivere. Allo stesso modo, da trent’anni eleggiamo in Parlamento gente del tutto estranea ai territori, deputati e senatori molto spesso espressione di altre province, comunque scelti per fedeltà nei Palazzi romani, deputati e senatori a servizio del capo, spesso provenienti da altre province o comunque impotenti

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Sul cadavere delle Province banchettano i parassiti della politica locale. Ma le Province restano cadavere, i parassiti restano parassiti e le aree interne muoiono. Questo è signori e signori, mentre la marcia funebre delle aree interne ha ripreso vigore in ragione della nuova riforma del sistema elettorale su cui la maggioranza di governo avrebbe trovato l’intesa.

Giorgia Meloni non s’è smentita: voleva reintrodurre le preferenze e alla fine ha messo il cappello su di una riforma che cancella anche i collegi uninominali, prevede un mega premio di maggioranza, uno sbarramento al 3 per cento e rende addirittura obbligatoria l’indicazione sulle schede del candidato alla Presidenza del Consiglio. Scelta, questa, che sfida apertamente il dettato costituzionale, il tentativo di rendere effettiva la madre di tutte le riforme, il premierato, finita chissà dove.

Che c’entra, direte voi, la riforma della legge elettorale con le provinciali? E che c’entrano le aree interne?

La riforma Delrio è di gran lunga la peggiore riforma mai approvata nella storia di questa sventurata Repubblica. Speriamo che a marzo non perda questo primato. Ma è del tutto evidente che le conseguenze di quell’obbrobrio hanno pesato e pesano drammaticamente in primo luogo sui territori marginali, province interne, caratterizzate da una estrema parcellizzazione, territori come i nostri dove le Province hanno storicamente giocato un ruolo decisivo nel governo dei Territori, nella gestione di servizi primari fondamentali, in termini di programmazione. L’Ente Provincia ha sempre rappresentato il motore del sistema istituzionale locale, il punto di riferimento, la cabina di regia dei territori. Il Consiglio Provinciale il luogo in cui si faceva la politica dei territori, dove il conflitto si consumava e le prospettive emergevano, l’Aula nella quale si dettava l’agenda, nella quale emergevano nuovi protagonismi, prendevano corpo nuove classi dirigenti.

Le Province sono ancora lì, seppur enormemente depotenziate in termini di risorse e funzioni. Restano comunque centri importanti di gestione, ma gli elettori non ci sono più. È la casta che vota la casta, in un gioco al massacro che tradisce persino il dettato della riforma, che in realtà dispone una governance consociativa, facendo del presidente un podestà che non può essere sfiduciato, trasformando il Consiglio in un bivacco di manipoli. Che bivaccando sopravvivono ben al riparo dalla trappola della contendibilità, dal giudizio del popolo sovrano.
Il solo popolo a cui devono dar conto è quello dei clienti di riferimento, l’unica trincea che va blindata è quella del cortile di casa, necessaria a conservare la fascia o il seggio in Consiglio comunale. Sindaci ed amministratori sgomitano per arrivare in quell’aula con il solo obiettivo di ottenere spazi vitali di gestione, funzionali a blindare piccole vitali clientele. Più piccolo il Municipio di riferimento, più piccola è la clientela. Più è forte la presa all’ombra del Campanile più è facile restare in sella. E se alle provinciali è la casta che vota la casta, nessun ricambio è possibile, nessun rinnovamento. L’unico conflitto possibile è quello sulla gestione contingente. Conflitto inevitabile e permanente, che finisce inevitabilmente per tradursi in immobilismo.

Allo stesso modo, da ormai trent’anni andiamo alle urne alle politiche senza poter scegliere i nostri rappresentanti. Siamo costretti a votare sulla base di listini bloccati, a scegliere tra candidati selezionati nei Palazzi romani da pochi segretari di partito e sistematicamente ci ritroviamo ad essere rappresentati nelle aule parlamentari da gente sostanzialmente estranea ai territori, deputati e senatori molto spesso espressione di altre province, nel migliore dei casi del tutto impotenti proprio perché vincolati ad un debito di riconoscenza nei confronti di ha garantito loro quel posto al sole, quel seggio tanto prezioso. Contiamo poco più di nulla da un punto di vista demografico, dunque pesiamo niente in termini elettorali.

Nel corso della Prima Repubblica questi territori hanno contato e pesato, hanno saputo conquistare il progresso e vincere la sfida della modernità perchè hanno camminato sulle spalle di giganti, che venivano eletti con le preferenze in collegi rispettosi della geografia territoriale. Quei giganti seppero emergere, sino ad imporsi per decenni sul piano nazionale, sino a determinare le sorti del Paese, attraverso il pensiero, la cultura, l’autorevolezza. Non pesavano elettoralmente, pesavano politicamente.

Oggi il peso politico non ha alcuna incidenza nel processo di costruzione della proposta di rappresentanza delle forze politiche. Contano gli equilibri interni, conta il gioco tra correnti, conta la fedeltà al capo, contano gli interessi e le relazioni. Il consenso personale è un orpello, anzi spesso una colpa da espiare. E quando c’è da far cadere una testa cade sempre quella del territorio che conta meno. Quando c’è da garantire un paracadute, il paracadutato atterra sempre qua.

 

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