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ECONOMIA

Territori in Bilico – ZES per tutti: il Mezzogiorno non è più una priorità

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Se la Zona Economica Speciale si estende a tutta Italia, perde la sua funzione: colmare un divario. E il segnale politico è chiaro.C’è una linea sottile tra l’universalizzare una misura e svuotarla di significato.

L’ipotesi di estendere i meccanismi della ZES a tutto il territorio nazionale si colloca esattamente su questa linea. Nasce per il Mezzogiorno. Per compensare uno svantaggio strutturale. Per attrarre investimenti dove il mercato, da solo, non arriva. Se diventa “per tutti”, non è più una ZES. E’ una politica orizzontale, e le politiche orizzontali, per definizione, non colmano i divari ma li cristallizzano.

Negli ultimi anni, la ZES — soprattutto nella sua versione unificata — ha rappresentato uno dei pochi strumenti con una logica industriale chiara: semplificare, accelerare, incentivare. Una strategia non perfetta, ma mirata. Allargarla all’intero Paese significa fare un salto politico prima ancora che tecnico. Significa dire che il Mezzogiorno non è più una priorità. Perché le risorse, gli incentivi, l’attenzione amministrativa non sono infinite. E quando distribuisci tutto ovunque, inevitabilmente riduci l’intensità dove serviva di più.

Il rischio non è teorico, ma molto concreto: trasformare uno strumento selettivo in una misura indistinta, con effetti diluiti e impatto ridotto proprio nelle aree che avrebbero più bisogno di leva pubblica.

C’è poi un secondo elemento, spesso sottovalutato. La crescita recente del Sud — reale, ma fragile — è stata in larga parte sostenuta dal PNRR. Una spinta temporanea, non strutturale. I dati sull’occupazione, soprattutto giovanile e femminile, restano tra i peggiori d’Europa.
Il tessuto produttivo continua a soffrire di frammentazione, accesso al credito e deficit infrastrutturali.

In questo contesto, indebolire uno dei pochi strumenti mirati disponibili non è una scelta neutra. A questo si aggiunge già la riduzione di spesa prevista per i prossimi anni a al sud: i fondi destinati al Mezzogiorno passeranno dai 2.3 miliardi del 2026 a un miliardo nel 2027 e a 750 milioni di euro nel 2028.

È una scelta di direzione. Il tema allora, non è se semplificare o ridurre la burocrazia. E’ evidente che serva farlo ovunque. La vera domanda a cui dobbiamo rispondere è: si può fare politica industriale senza distinguere tra territori? Si può affrontare una questione nazionale ignorando le sue asimmetrie? La verità è che la “questione meridionale” non è mai scomparsa, si è trasformata.

Oggi non si misura solo in divari di reddito, ma in capacità di attrarre investimenti, trattenere capitale umano, generare filiere. E proprio per questo richiede strumenti selettivi, intensivi, mirati. Investimenti non indistinti e pluriennali.

Allargare la ZES a tutta Italia può sembrare una scelta inclusiva. In realtà rischia di essere una scelta rinunciataria, perché quando tutto è prioritario, nulla lo è davvero. E in quel vuoto, il Mezzogiorno torna esattamente dove è sempre stato: non al centro di una strategia, ma ai margini di una distribuzione.

Pasquale Lampugnale – Intergruppo parlamentare Sviluppo Sud, Aree fragili e Isole minori

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