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Tragedia ad Apice, la lettera dell’arcivescovo Autuoro alla comunità: «Non permettiamo al male di prendere il sopravvento»

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«Una parola di vicinanza e speranza». È questo il titolo scelto dall’arcivescovo di Benevento, Michele Autuoro, per la lettera indirizzata alla comunità parrocchiale di Santa Maria Assunta e San Bartolomeo di Apice, profondamente segnata dalla terribile tragedia delle scorse ore, nella quale un noto ristoratore ha ucciso due fratelli prima di togliersi la vita.

Di fronte a una vicenda che ha lasciato sgomenta un’intera comunità, il pastore della Chiesa beneventana sceglie di non cercare spiegazioni che, almeno in questo momento, non possono essere trovate. Sceglie invece il silenzio, la preghiera e la vicinanza alle famiglie coinvolte.

«Mi sento spinto a scrivervi perché penso allo smarrimento e al dolore della comunità per quanto accaduto in queste ore», scrive Autuoro rivolgendosi al parroco, don Ezio Rotondi, e ai fedeli di Apice. Parole che fotografano lo stato d’animo di un paese chiamato a fare i conti con una tragedia difficile persino da comprendere.

L’arcivescovo invita innanzitutto a fermarsi: «Davanti a questa tragedia siamo spinti al silenzio e alla preghiera». Un silenzio dettato dall’impossibilità di trovare «parole umane capaci di spiegare un simile dramma» e una preghiera affidata al «Dio della Misericordia», affinché accolga le vittime e sostenga i familiari.

Nel suo messaggio Autuoro richiama anche l’immagine evangelica dei discepoli sulla strada verso Emmaus, addolorati e confusi dopo la morte di Gesù. Un riferimento alla condizione di smarrimento che oggi attraversa anche la comunità di Apice: una comunità che, sottolinea il presule, ha bisogno di essere accompagnata affinché le ferite provocate dalla tragedia non rimangano senza cura.

Ma la lettera non si limita al conforto. L’arcivescovo propone una riflessione più ampia sul male e sulla responsabilità di una comunità di fronte alla violenza.

Autuoro cita un episodio del Vangelo nel quale Gesù viene interrogato su un fatto di cronaca violento del suo tempo, il sangue dei Galilei fatto scorrere da Pilato. Un passaggio che potrebbe apparire duro, ma che l’arcivescovo interpreta nel segno della speranza: «Lungi da me in questo momento usare parole che non siano quelle dell’alfabeto della speranza».

È proprio qui che arriva il cuore del messaggio rivolto ad Apice. Davanti al male, spiega Autuoro, la risposta non può essere quella di lasciarsi sopraffare dall’odio, dalla divisione o dalla paura. Occorre, al contrario, «vincerlo con il bene».

L’arcivescovo riprende così le parole della preghiera semplice tradizionalmente attribuita a San Francesco d’Assisi: dove c’è odio, portare amore; dove c’è offesa, perdono; dove c’è discordia, unione; dove c’è errore, verità.

Un invito che assume un significato particolare in una comunità improvvisamente ferita e chiamata a stringersi attorno alle famiglie coinvolte. «Siamo chiamati ad assumere un rinnovato impegno di fraternità e di custodia reciproca», scrive Autuoro, indicando nella vicinanza e nella solidarietà una possibile strada per attraversare il dolore.

Il messaggio dell’arcivescovo si chiude con un richiamo alla fede cristiana e alla speranza nella Resurrezione: «Cristo quel male lo ha già vinto!». Da qui l’invito a radicarsi nuovamente nella fede, «sorgente di ogni bene e di vita piena ed eterna».

«Alle famiglie coinvolte e alla comunità tutta va la mia più profonda vicinanza», conclude Autuoro, che ha deciso di rendere concreta questa vicinanza anche attraverso la presenza ad Apice. L’arcivescovo presiederà infatti una celebrazione eucaristica sabato 5 settembre alle ore 20.30, nella parrocchia di Santa Maria Assunta e San Bartolomeo.

Sarà un momento di raccoglimento per l’intera comunità, chiamata a riunirsi nel dolore ma anche nella ricerca di una speranza possibile dopo una tragedia che ha profondamente scosso Apice.

«Vi benedico di cuore», scrive Autuoro nelle ultime righe della lettera, assicurando alla comunità di restare «unito nella preghiera e nella speranza di Cristo Risorto, vivente in mezzo a noi, che tutto trasfigura». Parole che, in queste ore di sgomento, diventano soprattutto un invito a non lasciare sole le famiglie colpite e a ricostruire, attraverso la vicinanza e la fraternità, i legami di una comunità ferita.

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