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POLITICA

C’erano una volta i corpi intermedi…

La classe dirigente di un territorio non è costituita, banalmente, da chi è chiamato a ruoli istituzionali, da chi abita lo spazio politico, ma è costituita da tutti i soggetti che fanno il tessuto sociale. Se i partiti non esistono quasi più si può dire lo stesso per sindacati ed associazioni di categoria, ormai ridotti, fatte salve poche eccezioni a circoli chiusi

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Per una lunga fase della vicenda repubblicana questi territori hanno saputo affrontare e vincere la sfida della modernità camminando sulle spalle di classi dirigenti in grado di fare la Storia del Paese. La politica, certo. Ma non solo, ovviamente. Perché la classe dirigente di un territorio non è costituita, banalmente, da chi è chiamato a ruoli istituzionali, da chi abita lo spazio politico, ma è costituita da tutti i soggetti che fanno il tessuto sociale, che abitano lo spazio pubblico nella sua più ampia accezione, in primo luogo dai cosiddetti corpi intermedi.

Se i partiti non esistono quasi più si può dire lo stesso per sindacati ed associazioni di categoria. Certo, si dirà che la crisi della rappresentanza non è esclusiva delle aree interne e dei territori marginali. Vero, ma a queste latitudini il futuro non passa a prescindere, per inerzia. Qui il futuro ha fatto capolino solo quando siamo stati in grado di sovvertire la logica dei numeri con la forza delle idee, con la capacità di allargare lo sguardo, di collocare i destini di questi territori nell’ambito di una visione più ampia. Se questo non accade ormai da molto tempo non è solo perché la politica, a tutti i livelli istituzionali, non è più in grado di incidere, di alimentare una prospettiva, ma perché, appunto, sui territori è venuta meno la spinta propulsiva dei corpi intermedi, ormai incapaci di andare oltre l’inerzia di una sopravvivenza funzionale a salvaguardare piccole e sovente goffe rendite di posizione.

Basterebbe riflettere sulla scandalosa vicenda della Camera di Commercio Irpinia Sannio, commissariata ormai da oltre due anni, prigioniera di infinite dispute sulle quote di rappresentanza. Un commissariamento non solo funzionale al sistema di potere deluchiano, visto che la struttura commissariale individuata dalla Regione ha di fatto trasformato la Camera delle Aree interne in una proiezione di quella salernitana, ma evidentemente funzionale anche alle associazioni territoriali che in questi anni non hanno mosso un dito per smuovere le acque, per provare a favorire una soluzione condivisa. Un commissariamento determinato dall’incapacità di affermare una visione comune, di privilegiare l’interesse dei territori sugli interessi di parte. Il punto vero è che i nostri corpi intermedi hanno ormai smarrito la propria funzione di rappresentanza, limitandosi ad esistere per dimostrare di esistere. Sempre più anoressici, sempre più autoreferenziali, sempre più afoni non hanno più la capacità di esprimere una visione, di stare nei processi, di incidere sul piano dell’elaborazione e dell’interlocuzione con i livelli politici ed istituzionali, di dettare l’agenda.

Oggi vige il dogma dell’unitarietà e quando non si percorre questa strada il conflitto si risolve in uno scontro tribale, in una conta sanguinosa che puntualmente restituisce a chi prevale il dovere e il diritto di comandare, agli sconfitti quello di preparare la vendetta, ovvero quello di allinearsi nella spartizione. Sono ormai ridotti, fatte salve le dovute eccezioni, a piccoli circoli chiusi. E dunque incapaci di intercettare le istanze che si muovono nel corpo vivo della società, incapaci di costruire convergenze, di alzare lo sguardo oltre la contingenza.

Ogni vertenza è slegata dall’altra, le sole convergenze che si rilevano sono quelle dettate dall’emergenza contingente, l’unica concertazione possibile è quella che si consuma sui tavoli in Prefettura, crisi dopo crisi, emergenza dopo emergenza. 

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