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POLITICA

Schlein in Campania ha fatto un capolavoro, con buona pace delle anime belle

Vincere le regionali, vincerle “imbullonando” il Movimento Cinque Stelle al campo progressista, salvaguardando contestualmente l’egemonia del Pd nell’ambito della coalizione, per il Nazareno è l’unica cosa che conta. All’indomani del voto conterà solo il risultato e i proclami indignati di quanti oggi gridano allo scandalo resteranno lì, soffocati nell’oblio all’ombra di quei pulpiti vuoti

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Ciriaco De Mita amava ripetere che le elezioni sono una cosa e la politica un’altra. Poi però aggiungeva, sornione, che il consenso va rispettato, sempre. Perché senza si possono tutt’al più scrivere bei saggi, mentre la politica è l’arte del possibile, un’arte che ha senso solo se funzionale a trasformare la realtà.

Secondo molti, opinionisti, intellettuali veri o presunti, osservatori interessati e sedicenti riferimenti della sinistra, fuori e dentro al Pd, Elly Schlein, in Campania, avrebbe perso la faccia. Concedere a Piero De Luca la segreteria regionale del partito per blindare l’accordo su Fico con il governatore e quindi la vittoria in autunno equivale, secondo costoro, a rinunciare al rinnovamento del partito, alla guerra senza quartiere ai cacicchi promessa da Schlein all’indomani della vittoria congressuale. Una resa, un tradimento. Un accordo indecente che certifica il fallimento del disegno politico della segretaria in Campania. Una teoria che può convincere e sedurre solo quanti non hanno minimamente idea di cosa sia la politica, che è innanzitutto mediazione, ricerca della sintesi possibile in funzione dell’obiettivo.

La segretaria nazionale del Pd in realtà ha stravinto la sua partita in Campania come ha vinto in Toscana, dove avrebbe preferito un candidato diverso da Giani ma dove, alla fine, ha costretto il Movimento Cinque Stelle ad accettare la ricandidatura del presidente uscente, l’unico candidato possibile per il Pd sui territori, e vincerà in Puglia, dove non esiste alternativa a Decaro ma dove è necessario ricercare la necessaria mediazione con Michele Emiliano che non ha alcuna intenzione di ritirarsi a vita privata.

Quello che sfugge a chi oggi contesta l’accordo con De Luca in Campania è che l’ottimo è sempre nemico del bene. Vincere le regionali, vincerle “imbullonando” il Movimento Cinque Stelle al campo progressista, salvaguardando contestualmente l’egemonia del Pd nell’ambito della coalizione, per Elly Schlein è l’unica cosa che conta. Perché queste regionali apriranno la strada alle politiche, perché è in questo passaggio elettorale che vanno determinate le condizioni per la costruzione di un’alternativa credibile di governo per il Paese, per blindare il campo progressista condannando il Movimento Cinque Stelle a questa prospettiva.

La Campania è la regione più “pesante” tra quelle chiamate al voto, concedere a Piero De Luca la segreteria regionale del Pd alla vigilia delle elezioni regionali vuol dire costringere il governatore uscente alla fedeltà al partito, evitare che i voti deluchiani si disperdano, blindare la performance del partito e scongiurare il rischio di una sconfitta, seppur nella probabile vittoria. Con Piero alla guida del Pd campano l’interesse prioritario del governatore sarà quello di rafforzare il partito. Banale considerare che qualora il Nazareno avesse rinunciato all’accordo sulla segreteria regionale De Luca avrebbe avuto l’interesse opposto, avrebbe fatto di tutto per dirottare altrove il proprio bacino elettorale per mettere in discussione l’egemonia dem nell’ambito della coalizione, per dimostrare che a queste latitudini il Pd senza De Luca è poca cosa.

Ecco che blindare l’accordo sulla segreteria regionale vuol dire minare i piani di Giuseppe Conte. Elly Schlein ha saputo utilizzare l’avvocato del popolo con grande intelligenza per chiudere l’accordo con De Luca su Fico, nella consapevolezza che un minuto dopo l’ex Presidente del Consiglio avrebbe provato ad accreditarsi come il solo interlocutore dello sceriffo, avrebbe ripreso a soffiare sul fuoco delle divisioni interne al Pd per allontanare De Luca dal Nazareno, per svuotare il Pd facendo in modo che i voti deluchiani andassero su altre liste, per favorire un ribaltamento dei rapporti di forza interni alla coalizione in favore del Movimento.

Schlein questo non poteva consentirlo, così come non potevano consentirlo i consiglieri uscenti del Pd, quanti non avrebbero avuto alternativa a candidarsi sotto le insegne del Nazareno. Ed è chiaro, ovvio che concedendo la segreteria regionale al primo genito del governatore la segretaria ha messo in conto la ribellione interna. Si tratta evidentemente di un passo indietro, di un accordo a ribasso che il Nazareno ha deciso di subire e che legittima la lettura secondo cui, alla fine, ha vinto De Luca e hanno vinto i cosiddetti cacicchi. Ma in politica, spesso, perdere è il presupposto per vincere, fare un passo indietro è necessario per farne dieci avanti.

Sconfitto De Luca sul terzo mandato, blindato lo schema di coalizione includendo il governatore, Schlein ha dovuto mollare la presa e accettare la mediazione imposta dallo sceriffo. Ha sempre saputo, Schlein, che alla fine sarebbe stato De Luca, seppur sconfitto, a dare le carte. Ha sempre saputo che alla fine la sintesi si sarebbe determinata sul partito regionale ed è per questo che ne impose il commissariamento, è per questo che in questi due anni non ha mai dato l’ok al congresso. Ha sempre saputo che alla fine avrebbe dovuto pagare il prezzo che sta pagando, un prezzo salato, salatissimo ma funzionale a raggiungere il vero obiettivo.

All’indomani del voto conterà solo il risultato. E se, come appare probabile, il centrosinistra dovesse portare a casa una vittoria netta, se dovesse vincere in Puglia, in Campania, in Toscana e nelle Marche, allora resteranno solo la vittoria e la prospettiva concreta di un campo progressista condannato all’unità in vista delle elezioni politiche. E i proclami indignati di quanti oggi gridano allo scandalo per l’indecente accordo resteranno lì, soffocati nell’oblio all’ombra di quei pulpiti vuoti.

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