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Covid-19, le riflessioni del presidente Federazione italiana venditori ambulanti: “rivedere legge sul commercio”

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Fiva” si è ripensato al lavoro. Alla dicotomia, lavoro subordinato e lavoro autonomo. In particolare tra lavoro subordinato e le micro e piccole imprese. Chi non vede disparità messe a nudo da Covid19? Quando le autorità impongono il lockdown, il divieto di lavorare, il lavoratore subordinato si mette in panciolle. Continua a percepire la sua “bella” retribuzione. O cassa integrazione. Corrente o in deroga. In più, dei suoi istituti di previdenza e assistenza. Giustamente. Come stabilito dalla legge. Per carità! Il piccolo o micro imprenditore, viceversa, abbassando la saracinesca, cade in disperazione. Vede interrompersi il flusso di vendite. Con esse, gli incassi. Viene ridotto alla “fame”! Non gode di alcun beneficio. Né reddituale né assistenziale. Così è stato per Covid19! Le cose così non vanno; qualcosa va cambiato. È pur vero che chi sceglie l’attività autonoma sa il rischio che corre. Ma è altrettanto vero, questo è il punto, che ci sono varie figure di lavoratori autonomi. Ci sono i signori del lavoro autonomo e ci sono i piccoli e piccolissimi imprenditori. Del lavoro autonomo. Anche questi vanno considerati, per la loro consistenza numerica e per il contributo che danno al complessivo sviluppo dell’economia e della società. E vanno tutelati! La via c’è! È la nuova figura del lavoro personale”. Così in una nota il presidente della Federazione italiana venditori ambulanti.

“Il lavoro personale – spiega – consente al lavoratore subordinato di godere e rafforzare i propri diritti. Diritto al lavoro e agli istituti previdenziali ed assistenziali. E consente al piccolo e piccolissimo lavoratore autonomo di vedersi riconosciuto in, in caso di crisi, accanto agli altri diritti, anche un “reddito mensile” per metterlo in condizione di superare le difficoltà sopraggiunte. Non previste. Dimensionato alla “crisi”. È una misura di accompagnamento che, prescindendo da altri parametri, può consentirgli di superare le difficoltà affrontate. Non è misura corporativa. Risponde agli interessi dei piccoli e piccolissimi imprenditori ma anche all’interesse della società. Di vedere conservata la complessiva base occupazionale del paese. Un’idea del genere è delineata dal decreto rilancio. Va confermata e codificata.

Ci sono altri problemi – aggiunge -. Molti piccoli e piccolissimi imprenditori sono “quasi anziani”. Con difficoltà economiche gravi. Con le risorse messe in campo, potrebbe essere definita una “sanatoria”. Una giusta sanatoria! Per consentire loro di cessare l’attività. Ma anche di lasciare campo aperto ai giovani. Adeguatamente supportati. Le nuove leve potrebbero contribuire, con un di più di energia, alla crescita del paese. E di rinnovare i fasti del lavoro autonomo. Attività rischiosa. Ma attraente.Accanto ai “quasi anziani”, ci sono piccoli e piccolissimi imprenditori ultra sessantacinquenni. Riflettendo su ciò che le autorità sanitarie raccomandano sulle “misure” che devono osservare, sorge la domanda: come possono svolgere le attività pubbliche e private? Perché non pensare ad un “sano” pensionamento viste le disponibilità economiche messe in campo?.

La situazione creata da Covid19 – conclude -, suggerisce anche di proporre un ritorno sulla legge pensionistica e previdenziale. Bisogna riconoscere che l’età pensionabile per tutti sia a sessant’anni. Che il reddito pensionistico, graduato nei suoi importi, maturi con 35 anni di contributi. Salvo ulteriori anni contributivi. Salvo la posizione di chi ha già quarant’ anni di contributi versati. Infine. Occorre una nuova legge quadro sul commercio. Vanno ridefiniti alcuni istituti le vendite sottocosto. Vanno limitati o soppressi i saldi. Vanno rivisti i piani commerciali. Con essi le distanze, gli altri lacci e lacciuoli. Va affermata, viceversa, una più congrua flessibilità. In relazione alla densità abitativa. Si alle liberalizzazioni! Si anche alla difesa del lavoro autonomo. Alla sua dignità”.

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