CULTURA
“Ti ricordi il Sayonara?”: i weekend in collina, la musica e quella generazione che a Benevento si divertiva ballando fino all’alba
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C’erano le auto in fila lungo la salita di contrada Cardoncelli, i fari che illuminavano la collina nelle notti d’inverno, le comitive che si aspettavano all’ingresso e quella sensazione precisa che ancora oggi, a distanza di anni, riesce a riaccendersi nella memoria di tanti beneventani. Bastava una canzone, una fotografia sfocata, il nome di un dj o semplicemente una parola: Sayonara.
Per una generazione intera non è stata soltanto una discoteca. È stato il luogo delle amicizie, degli amori, delle notti infinite, delle risate fino all’alba. Un simbolo del divertimento sannita che ha attraversato epoche diverse, cambiando nomi e pelle, ma restando sempre un punto fermo della nightlife beneventana. Che si chiamasse anche Guaranà (a metà Anni Novanta ci si andava a ballare la domenica pomeriggio), Bellavì o Simbè poco importa.
A raccontare a Ntr24 quell’ultima grande stagione del disco club è Alessandro Ucci, dj resident e anima storica del locale nel periodo del massimo splendore, a cavallo tra la fine degli Anni Duemila e la chiusura definitiva circa dieci anni fa. Nelle sue parole c’è poca nostalgia: c’è il racconto vivido di un’esperienza umana che ha segnato profondamente chi l’ha vissuta.
“In realtà il progetto Sayonara del sabato nacque un po’ prima della mia presenza”, racconta Alessandro. “Io in quegli anni non vivevo stabilmente a Benevento. Ero spesso a Roma ma soprattutto giravo tanto per lavoro, facendo esperienze nei villaggi turistici. Poi nel 2008 tornai nella mia città e una delle prime persone che andai a trovare fu il mio amico fraterno Giampiero De Lauro, che all’epoca era già una colonna portante del Sayonara”.
Da quell’incontro nacque una nuova energia. In quel periodo il locale funzionava soprattutto il venerdì, mentre il sabato era organizzato prevalentemente dallo Smile, altra discoteca storica della città. Ma Alessandro e Giampiero intuirono che si poteva creare qualcosa di diverso.
“Con Giampiero e con Gianluca De Bellis (oggi apprezzatissimo dj e producer all’Hollywood di Milano, ndr), Mario Di Meo e Piero Zollo fondammo il Gran Galà Group. Eravamo quattro dj e una voce. La proposta artistica era già bella che pronta perché riuscivamo a coprire più generi musicali. L’idea era creare una struttura forte che non dipendesse soltanto dall’ospite famoso della serata”.
Fu quella la vera intuizione vincente. Il Sayonara non diventò un fenomeno soltanto per i nomi in locandina, ma per l’identità precisa che riuscì a costruire settimana dopo settimana.
“Volevamo una struttura più selezionata, più esclusiva. La serata aveva tre anime musicali diverse: si partiva con una deep house più ricercata, ideale per bere qualcosa e chiacchierare, poi si passava alla fase centrale più commerciale e infine arrivava la tech house, più spinta, per dare tutto fino alla fine. Era una crescita sonora continua. Un’esperienza”.
Parlando, Alessandro sembra rivedere perfettamente quelle notti. Le luci, la pista piena, il ritmo che cambiava lentamente durante la serata. E soprattutto le persone.
“Il segreto del Sayonara era il senso di famiglia che si era creato tra gestori, staff e clienti. Alcuni ragazzi che frequentavano il locale erano diventati parte integrante di quel mondo. Ci aiutavano a diffondere quell’atmosfera positiva. Potevi anche venirci da solo e ti saresti comunque sentito a casa”.
Un concetto che ritorna continuamente nel suo racconto: casa. Non un semplice locale, ma un luogo di appartenenza. “Il Sayonara era una famiglia allargata, sempre attenta a far sentire a proprio agio chiunque arrivasse sulla collina”.
Nel frattempo il progetto cresceva sempre di più. Entrò nella gestione anche Raffaele Ucci, che all’epoca viveva il successo del “Maraja” in centro città. “Raffaele portò idee, visioni e anche un po’ di sano azzardo”, ricorda Alessandro. “Partì inizialmente con il suo American Bar nella Terrazza Sayonara, poi entrò stabilmente nella gestione. C’era una divisione precisa dei compiti e quella simbiosi ci portò a risultati incredibili”.
I numeri aumentavano stagione dopo stagione. Le serate diventavano eventi attesi da tutto il Sannio e anche da fuori provincia. Ma Alessandro insiste su un aspetto: dietro quel successo c’era soprattutto il lavoro di squadra. “Dal fotografo Giovanni Di Dio che immortalava le notti in collina, ai ragazzi del bar, al servizio ai tavoli, alla sicurezza. Tutti hanno contribuito a rendere quelle serate speciali”.
I nomi sono davvero tanti oltre ai dj di Gran Galà: gli artisti ‘locali’ Saverio Busto, Alex The Noise, Umberto Finelli, Ciccio Merola, Gio Vocal Dancer e il ‘nato in casa Sayonara’ Marco Maietta, il vocalist ascoltato ad una festa privata e lanciato subito in pista. E ancora: Patrick Voice e i dj della Witch Management con Rosario di Crosta. “Tanti hanno collaborato con noi non posso nominarli tutti quindi non me ne vogliate, di sicuro hanno tutti contribuito che il Sayonara potesse prosperare nei 10 anni in cui ho vissuto quell’ultima epoca finita nel Giugno 2017″.
E poi naturalmente c’erano gli ospiti, che tanto funzionavano in quel periodo e raccontavano perfettamente l’evoluzione di un’epoca. “Abbiamo ospitato dj come Cristian Marchi, Tommy Vee, Deborah De Luca, Nari e Milani, Teddy Romano, Gianni Morri. Poi vocalist come Lara Caprotti, Caroline Koch, Mirkolino. Successivamente arrivarono anche serate più ibride con ospiti televisivi come Gabriel Garko o Stefano De Martino”.
Tra tutti i ricordi, però, Alessandro ne custodisce alcuni in modo particolare. “Sicuramente il capodanno con Clementino, un sabato con Morgan e l’Halloween con Cristian Marchi sono serate che porto nel cuore. Quella notte di Halloween del 2011 fu qualcosa di incredibile. C’era una presenza record”. Ma i dettagli, ovviamente, preferisce tenerli per sé. “Posso solo dire che anche artisti importanti al Sayonara si sentivano a casa e davano sempre il meglio di loro stessi”.
E mentre racconta, emerge continuamente un dettaglio che oggi suona quasi nostalgico: la vita reale. Quella vissuta senza telefoni alzati, senza storie Instagram, senza l’ossessione dell’apparire. «Era un’energia tangibile. Vivevamo il momento davvero, senza l’interferenza dei social. Eravamo meno distratti, più assemblati». Forse è proprio questo il punto. Il Sayonara appartiene a un tempo in cui il divertimento era esperienza condivisa e non contenuto da pubblicare. Le fotografie di Giovanni Di Dio diventavano ricordi da aspettare il giorno dopo, non immagini consumate in pochi secondi sullo schermo di uno smartphone.
Poi, lentamente, tutto è cambiato. La crisi delle discoteche, il calo demografico sempre più palpabile, le abitudini mutate, la musica diventata sempre più “istantanea”. E nel giugno del 2017 si chiuse definitivamente anche l’ultima grande stagione del Sayonara. Ma certi luoghi non chiudono davvero mai.
Restano nelle canzoni ascoltate per caso in macchina. Nei racconti tra amici. Nei nomi pronunciati con un sorriso nostalgico, ripensando al ragazzo o alla ragazza che ti piaceva e che vedevi ogni sabato in pista. Restano nella memoria di una generazione che su quella collina ha imparato cosa significasse sentirsi parte di qualcosa. Oggi Alessandro Ucci continua a mettere musica insieme agli amici di sempre, tornando alle origini: vinili, house old school, sonorità ricercate, serate più intime. E quando parla del futuro, lascia aperta una porta.
«Chissà che un giorno non ci ritorni la voglia, ma soprattutto le energie, per tornare a riempire una pista da ballo che tanto manca alla nostra città». Forse è questa la vera eredità del Sayonara: non solo le notti memorabili o gli ospiti famosi, ma la capacità di aver fatto sentire un’intera generazione parte della stessa storia. Una storia che, a Benevento, continua ancora oggi ogni volta che qualcuno apre il cassettino della memoria e dice:“Oh, ti ricordi quella sera al Sayonara?”.




