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È più bello insieme, una mamma scrive ad Accrocca: ‘Mio figlio e gli altri ragazzi privati della loro casa’

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“Buongiorno Monsignor Accrocca , sono Orsola Curatolo, la madre di Giovanni Morante, un ragazzo autistico e con problemi di ritardo mentale che frequentava il CSP “E’ più bello insieme”.

Non intendo farle la cronistoria delle vicende del CSP e dell’attuale situazione, cose sulle quali Lei è già ampiamente informato.

Voglio solo cercare di condividere con Lei i sentimenti e le emozioni vissute insieme a mio figlio nei dieci anni in cui lui ha frequentato il CSP, e per farlo le invio una foto e un piccolo video, perché, a volte, le immagini possono comunicare più delle parole.

Nella foto c’è mio figlio che sta cucinando per il pranzo del centro. Quando ho visto questa foto io mi sono emozionata, perché in lui non ho visto più un disabile, ma un ragazzo consapevole che stava facendo qualcosa di importante per tutti gli altri ed era estremamente concentrato a fare bene il suo lavoro. Io in quella foto l’ho visto “cresciuto”, e ho percepito in lui orgoglio e dignità, sentimenti che raramente mio figlio prova nelle sue poche relazioni con il resto della società.

Il video è relativo alla piccola festa per il suo compleanno organizzata al centro.

Da dieci anni lui festeggia il suo compleanno al centro, perché non ha altri amici con cui festeggiarlo, e per lui è un momento molto importante: iniziamo due giorni prima a preparare insieme la torta e tutte le altre cose, e quella mattina , quando lui arriva al centro, porta il contenitore della torta sulle braccia emozionato ed orgoglioso. Guardando questo video La prego di soffermarsi sull’atmosfera di affetto e tenera partecipazione che lo circonda e su come lui la accolga in silenzio ma visibilmente emozionato e contento di essere al centro di questo affetto. E per me, rivedere queste immagini è stato molto doloroso, perché ho pensato: quest’anno , il 24 novembre, Giovanni con chi festeggerà il suo compleanno?

Con queste poche parole Le voglio semplicemente dire che la chiusura del CSP io l’ho vissuta come un’ingiustizia crudele e brutale, che ha privato questi ragazzi di quella che loro sentivano la loro “casa” : è come se li avessero bombardati, e da un giorno all’altro la loro casa non c’è più , non c’è più la comunità in cui loro vivevano la loro quotidianità di relazioni e occupazioni, portando avanti un faticoso percorso di crescita ed integrazione. Sono ritornati nel chiuso delle loro case e delle relazioni familiari e sono diventati dei profughi sociali. Mio figlio tutti i giorni mi chiede “andiamo al centro ?” e io tutti i giorni gli ripeto la bugia che ci sono le vacanze ma poi tornerà al centro. La cosa che mi fa più male è la consapevolezza che a questi ragazzi si rischia di distruggere la fiducia che, in questo mondo, ci possa essere uno spazio anche per loro: io da sempre ho detto che il CSP era l’ unico posto in cui mio figlio sentiva di avere un diritto di cittadinanza : al centro lui poteva essere se stesso, ovvero vivere la sua diversità senza sentirsi un diverso.

Le ho voluto scrivere queste cose per farle capire che il nostro problema non è semplicemente trovare un’ altra sede in cui collocare i ragazzi, è molto più complesso: noi vogliamo ricostruire quella comunità di accoglienza, di accettazione, di relazioni, di affetti, di approccio terapeutico attento ma innanzitutto amorevole in cui si erano inseriti i nostri figli.

E’ una strada tutta in salita e abbiamo bisogno che Lei ci stia vicino e ci aiuti a proteggere i nostri figli da una delusione traumatica che potrebbe vanificare anni e anni di sforzi, sacrifici e lavoro, nostro e degli operatori, e quindi Le chiedo: faccia tutto quello che è nelle sue possibilità per aiutarci a ricostruire il centro “ E’ più bello insieme”. Il nome del centro contiene in sé l’obiettivo fondamentale di questo lavoro: noi genitori, io per prima con mio figlio, li chiamiamo ragazzi, ma non sono ragazzi, sono uomini e donne adulte, e noi siamo genitori anziani, e sappiamo che potremmo tenerli con noi ancora per poco: il loro futuro è quindi la vita nella comunità di una casa famiglia , ed è proprio questa la traccia su cui si è fondato tutto il lavoro fin quì svolto: “ E’ più bello insieme”.

Mi scusi se Le ho parlato fondamentalmente di mio figlio, non è per egoismo né tantomeno per protagonismo, è che, solo partendo da mio figlio e dalle immagini che Le ho inviato, ho potuto parlarle con il cuore e non solo con la testa, ma le assicuro che i miei sentimenti e le mie emozioni sono condivise da tutti noi genitori e parenti, e per questo, per correttezza, La informo che ritengo giusto condividere questa mia lettera a Lei con tutti loro, sul nostro gruppo whatsapp, che, non a caso, abbiamo chiamato il gruppo “del dopo di noi”. Glielo chiedo ancora una volta: ci stia vicino e ci aiuti”.

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