POLITICA
Don Milani e l’Autonomia differenziata delle aree interne: dai Monti Dauni una proposta di legge rivoluzionaria, come la Costituzione
Lasciare ai Comuni delle aree interne una parte della ricchezza fiscale che generano. Si chiama "L’Imposta che Resta", ed è la proposta di legge promossa dall’Associazione di promozione sociale “Dalla Parte dei Paesi” su cui si registra crescente attenzione. ANCI Puglia ha già invitato tutti i comuni SNAI ad approvare la delibera, la Campania di Fico e Manfredi può e deve giocare un ruolo chiave in vista della prossima legislatura
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A distanza di circa quindici anni possiamo tranquillamente affermare, senza tema di smentita, che la Strategia Nazionale Aree Interne è servita essenzialmente ad alimentare una nuova coscienza dei margini, a favorire l’emergere di una visione condivisa dei territori. Oggi la sfida del futuro delle aree interne è centrale nell’agenda politica nazionale, il tema, gigantesco, del futuro dell’Italia interna, quella che custodisce le risorse primarie su cui si regge la vita del Paese intero, è costantemente al centro del dibattito pubblico ed istituzionale, a partire dalle aule parlamentari. E tuttavia i fatti ci dicono che l’impostazione della Strategia si è rivelata errata, manchevole. Perché il presupposto secondo cui sarebbe stato sufficiente puntare sulla riorganizzazione dal basso dei territori in funzione di obiettivi strategici funzionali alla riorganizzazione dei servizi primari, sanità – scuola – mobilità, si è rivelato oggettivamente illusorio, non perché su quel terreno non siano stati raggiunti risultati importanti per le comunità delle aree pilota individuate lungo tutto lo Stivale, ma perché sono mancate le risorse, gli investimenti per accompagnare quel percorso, per incidere davvero sul piano economico e sociale. Paradossalmente, nel corso di questi anni, ci siamo ritrovati a combattere contro un disegno di autonomia differenziata volto, in buona sostanza, a determinare le condizioni per una secessione di fatto, costruita sulla negazione di tutti i principi innegoziabili su cui è basata la Costituzione repubblicana, principi che nella quasi totalità possiamo ritrovare nella massima di Don Milani, secondo cui non c’è cosa più ingiusta che fare parti uguali tra disuguali.
Le aree interne stanno morendo ad ogni latitudine. Muoiono nel Nord più ricco e profondo, muoiono in Sicilia, muoiono lungo tutta la dorsale appenninica. Muoiono persino laddove si rilevano i livelli di occupazione più alti d’Europa. Rilanciare la Strategia Nazionale Aree Interne, dunque, vuol dire mettere in discussione il paradigma adottato sinora, muovendo proprio dalla consapevolezza di ciò che non ha funzionato, dalla nuova coscienza che i margini hanno acquisito in questi tre lustri di sperimentazioni che non hanno in alcun modo arginato l’emorragia, ma sono serviti, come detto, a far maturare una nuova visione dei territori. Servono soldi, servono risorse, servono politiche fiscali coraggiose funzionali a garantire alle aree pilota riconosciute dalla Strategia nazionale un extra gettito strutturale, sul presupposto che sono proprio i margini a pagare il prezzo più alto dello sviluppo del Paese.
In tale prospettiva assume particolare rilievo l’iniziativa promossa dalle comunità Snai dei monti dauni, a cavallo tra Puglia, Campania e Molise. Un’idea semplice sintetizzata in una proposta di legge che sta progressivamente raccogliendo crescente sostegno e attenzione. L’idea è quella di trattenere nei comuni che rientrano nella strategia nazionale aree interne una parte della ricchezza fiscale che producono, si chiama “L’Imposta che Resta” ed è la proposta di legge promossa dall’Associazione di promozione sociale “Dalla Parte dei Paesi”.
Il meccanismo su cui interviene è l’IMU versata sugli immobili produttivi del gruppo catastale D (capannoni, opifici, stabilimenti, strutture ricettive), una parte del cui gettito, oggi riservata allo Stato attraverso l’aliquota standard dello 0,76%, verrebbe invece attribuita al Comune in cui l’immobile sorge, a patto, come detto, che quel comune rientri in un’area pilota SNAI.
Inoltre, la proposta di legge, muovendo dal presupposto che le aree interne giocano un ruolo centrale nella transizione energetica nazionale, ospitando impianti eolici e fotovoltaici, ne sopportano anche il costo più diretto ed invasivo, punta a definire ristori adeguati per i territori. Chi ospita infrastrutture di rilevanza nazionale – questo il principio – dovrebbe ricevere adeguate compensazioni in termini di risorse e strumenti.
La proposta si richiama così a tre principi costituzionali, l’autonomia finanziaria degli enti locali, la coesione territoriale, la riduzione dei divari tra aree del Paese. Per dare corpo politico al progetto è stata predisposta una mozione che ogni ente può adattare indicando la propria denominazione e l’Area Interna di appartenenza. Approvandola, il Consiglio comunale si impegna a sostenere l’iniziativa presso Governo, Parlamento e Regione.
L’Anci Puglia ha fatto sua l’iniziativa e ha ufficialmente invitato tutti i comuni Snai ad approvare la delibera e molte aree pilota, soprattutto meridionali, si stanno muovendo nella stessa direzione. Sarebbe fondamentale dare forza a questa iniziativa sino a pretendere un impegno chiaro da parte di tutte le forze politiche ed istituzionali e la Campania, da questo punto di vista, è chiamata a giocare un ruolo chiave, muovendo dall’unità delle sue aree interne e di quanti sono chiamati a rappresentarle ai massimi livelli istituzionali, muovendo dal Presidente della Giunta Regionale e dal sindaco di Napoli, Gaetano Manfredi, che di Anci è presidente nazionale.




