ECONOMIA
Territori in bilico – La sfida delle aree interne passa dalle aule universitarie
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In un’Italia che continua a fare i conti con lo spopolamento demografico, la fuga dei giovani e la progressiva desertificazione dei servizi essenziali, la presenza dell’università nei territori interni rappresenta una principali leve di coesione sociale ed economica. La recente classifica Censis offre uno spunto di riflessione prezioso: oltre ai soliti riflettori puntati sui mega e grandi atenei delle metropoli, la fotografia scattata sui “piccoli atenei statali” (fino a 10.000 iscritti) rimette al centro dell’agenda pubblica la questione delle università “periferiche” che oramai sono veri e propri motori strategici di sviluppo locale.
Il valore di una sede universitaria in un’area interna travalica la pura erogazione di corsi di laurea. In primo luogo, questi atenei svolgono una funzione cruciale di democratizzazione dell’accesso all’istruzione superiore. Permettono ai giovani residenti in territori orograficamente o logisticamente svantaggiati di intraprendere un percorso accademico con costi sostenibili, abbattendo le barriere economiche del pendolarismo e della vita da fuori sede nelle grandi metropoli.
In secondo luogo, si configurano come hub di innovazione e trasferimento tecnologico su misura. Piccoli atenei storicamente legati al proprio tessuto produttivo sviluppano attività di ricerca applicata direttamente connesse alle vocazioni del territorio: dall’agritech alla tutela della biodiversità, dalla geologia e mitigazione del rischio idrogeologico fino alla valorizzazione del patrimonio culturale ed enogastronomico.
Non da ultimo, c’è un impatto demografico ed economico diretto: un’università porta studenti, docenti, ricercatori, personale tecnico e visitatori, alimentando un indotto che tiene in vita il commercio locale, il mercato degli affitti, i servizi.
L’importanza di questi presidi non deve tuttavia far dimenticare le profonde criticità strutturali con cui si confrontano quotidianamente. Come emerge chiaramente anche dagli indicatori Censis, uno dei punti di maggiore affanno per molte piccole università del Mezzogiorno e delle aree interne risiede nei tassi di occupabilità a breve termine. In contesti economici locali deboli o stagnanti, il rischio concreto è quello di formare giovani di talento che, una volta conseguito il titolo, sono comunque costretti a emigrare verso le grandi aree urbane del Nord o all’estero per trovare opportunità lavorative adeguate.
Molti di questi atenei soffrono per collegamenti ferroviari, stradali e digitali spesso carenti o inefficienti, fattore che frena l’attrattività verso studenti e docenti provenienti da altre regioni o dal contesto internazionale. Infine il modello di finanziamento universitario basato su criteri dimensionali e di premialità rischia talvolta di penalizzare le strutture più piccole, costrette a competere ad armi pari con i grandi “colossi” accademici senza disporre dei medesimi bacini d’utenza né delle medesime economie di scala.
Garantire un futuro ai piccoli atenei delle aree interne non è una questione di assistenzialismo campanilistico, ma una scelta politica di visione strategica nazionale. Senza università territoriali, il percorso di spopolamento delle aree interne diventerà irreversibile. Favorire alleanze territoriali tra università, enti locali e imprese, sostenere i servizi agli studenti e potenziare le infrastrutture di collegamento rappresenta l’unica strada percorribile per trasformare questi atenei in reali laboratori di rinascita per l’Italia interna.




