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La fuga dei giovani: dal 2019 a oggi il Sannio ha perso l’11,7% di under 35. Peggior dato in Campania

Il report pubblicato oggi dal quotidiano 'Il Sole 24 ore' conferma il fenomeno dello spopolalmento delle aree interne del Paese. Non si tratta solo di culle vuote, ma di una costante emorragia di capitale umano qualificato che penalizza anche la classe dirigente: la Campania esprime un terzo dei manager meridionali del Paese, ma un quarto di loro finisce per trasferirsi al Nord.

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C’è una fotografia nitida, e purtroppo amara, che emerge dall’ultimo report demografico pubblicato oggi da ‘Il Sole 24 Ore’ su dati Istat. È la mappa di un’Italia a due velocità, dove il Mezzogiorno continua a perdere le sue energie migliori. Ma se il Sud mostra in media una ferita evidente, con un calo del 7,57% dei residenti tra i 18 e i 35 anni rispetto al 2019, il Sannio si ritrova a fare i conti con un vero e proprio strappo: la contrazione dei giovani arriva all’ 11,7%.

È il dato peggiore dell’intera regione, un verdetto che spinge il territorio quasi a ridosso dei crolli maggiori registrati in altre province. In Campania Caserta e Napoli riescono parzialmente a contenere i danni, registrando rispettivamente un calo del 5,4% e del 6,7%; Salerno si attesta a un -8,6%, mentre l’Irpinia arretra del 10%.

Il risultato è quello che gli esperti definiscono uno “svuotamento selettivo”: chi parte per l’università spesso decide di non fare più ritorno, e chi resta si scontra con un mercato del lavoro locale asfittico.

A questo si aggiunge un paradosso tipicamente nostrano, che emerge dai dati InfoCamere sulla mobilità aziendale. La Campania è una straordinaria fabbrica di talenti e di figure dirigenziali, tanto da esprimere da sola un terzo dei manager meridionali che lavorano nel Centro-Nord. Eppure, un quarto di questa classe dirigente è costretto a emigrare per poter esercitare il proprio ruolo nelle società di capitali del Settentrione, con Milano che da sola fa la parte del leone attirando oltre 67mila professionisti del Sud.

Nelle province meridionali il tessuto imprenditoriale si trasforma così in un “fortino monolitico”, dove la percentuale di amministratori autoctoni sfiora il 93%. Una dinamica che se da un lato testimonia la forte impronta locale e la resilienza del capitalismo familiare, dall’altro rivela la quasi totale incapacità di attrarre nuove competenze e manager da fuori regione.

Secondo Gaetano Fausto Esposito, direttore generale del Centro Studi Guglielmo Tagliacarne, pesa un forte mismatch tra domanda e offerta e la natura stessa degli incentivi statali erogati negli ultimi anni (come Resto al Sud o la Zes Unica). “Gli incentivi – dice – hanno spesso sostenuto l’autoimpiego e settori poco remunerativi come il turismo e l’edilizia, dando vita a micro-imprese aperte in mancanza di alternative. I laureati che ambiscono a posizioni manageriali continuano a trasferirsi altrove perché non trovano opportunità in linea con i loro profili“.

A questo si aggiunge il nodo dei salari: un laureato al Sud guadagna mediamente 400 euro in meno al mese rispetto a un collega del Nord o europeo. Senza contare la carenza strutturale di servizi di cittadinanza: asili nido, sanità efficiente e infrastrutture di trasporto collegate. In assenza di servizi, restare diventa un costo economico e sociale, e partire una scelta obbligata.

La Svimez lancia l’allarme sul costo di questa migrazione interna. Per invertire la rotta si propone lo spostamento del baricentro delle politiche europee 2028-2034 verso il cosiddetto Right to stay (il diritto a rimanere), introducendo strumenti come il Graduate Staying Premium: una parziale detassazione dei redditi per i neolaureati assunti sul territorio nei primi cinque anni.

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