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“Sopra l’acqua e sopra il vento”: l’UniFortunato rilancia gli studi sulla stregoneria tra storia, mito e interdisciplinarità

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Il Laboratorio etnostorico «Giuseppe Bonomo» dell’Università Giustino Fortunato di Benevento, inserito parte del Centro di Ricerca sul patrimonio culturale di Ateneo, in collaborazione con la Fondazione Terre Magiche Sannite ETS, ha promosso il convegno internazionale di studi l’incontro “Sopra l’acqua e sopra il vento” tenutosi nei giorni 14 e 15 maggio e che ha riunito esperti, storici, antropologi e studiosi delle religioni. Dalle keynotes delle professoresse Rita Voltmer e Marina Montesano ai casi pugliesi, sino al confronto con le tradizioni asiatiche e giapponesi, si è trattato di due giornate che hanno segnato una svolta negli studi italiani sulla caccia alle streghe.

«Non interessa la Storia». Con questa lapidaria annotazione il canonico Frisi, editore settecentesco della Storia di Milano di Pietro Verri, espungeva dalle cronache il rogo di una povera cameriera – Caterina Medici da Broni – arsa come strega nel 1617 in piazza Vetra. Lo ricordava Leonardo Sciascia nelle pagine de La strega e il capitano, e lo ha richiamato con forza il prof. Paolo Portone nella prolusione del convegno che si è tenuto il 14 e il 15 maggio scorso all’Università Giustino Fortunato di Benevento. Perché quella cancellazione non fu un episodio isolato, ma il sintomo di un’omissione strutturale: la stregoneria, a lungo giudicata materia minore, folklorica, indegna della Storia con la S maiuscola, è rimasta ai margini della ricerca accademica italiana, priva di quel censimento sistematico che altri paesi europei – la Scozia con il Source-Book of Scottish Witchcraft di Christina Larner già nel 1977 – avevano invece avviato da decenni. A colmare questo vuoto si è proposto il convegno «Sopra l’acqua e sopra il vento: il volo notturno delle streghe tra immaginario, processo e territorio», organizzato dal neonato Laboratorio «Giuseppe Bonomo» – intitolato al pioniere degli studi italiani sulla caccia alle streghe, allievo di Pitrè – e promosso dall’ateneo beneventano. Due giornate che hanno rappresentato non solo un appuntamento scientifico di alto profilo, ma un vero e proprio atto di fondazione: per la prima volta in Italia un intero convegno è stato dedicato al mitema del volo stregonico, quel trasporto notturno che la leggenda vuole avvenga «sopra l’acqua e sopra il vento» e che ha nel celebre noce di Benevento il suo centro di gravità simbolico.

Che un’università italiana abbia creduto necessario investire risorse e prestigio su un tema così a lungo negletto è, come ha dichiarato il coordinatore del Laboratorio Bonomo, prof. Paolo Portone, nella prolusione, «un piccolo miracolo – e dico miracolo senza retorica». Per decenni, studiare la stregoneria è stato considerato dagli storici di professione un modo per «sporcare le carte» (l’espressione è del medievista Ugolino Nicolini, che pure, con una certa «ripugnanza», pubblicò documenti processuali quattrocenteschi piegandosi a quella che giudicava una moda culturale marginale). L’Università Giustino Fortunato, con il suo Magnifico Rettore prof. Giuseppe Acocella che ha presenziato nelle due giornate di convegno, ha invece scelto di fare di quel «margine» un centro di eccellenza, dando vita a un Laboratorio che ha già realizzato un ciclo di conferenze online – Letture sotto il noce – coinvolgendo alcuni tra i massimi esperti internazionali, e che ora ambisce a costruire un database nazionale dei processi per stregoneria in Italia, favorendo la collaborazione tra università, archivi e ricercatori indipendenti. Il Laboratorio Bonomo è inserito nel Centro di Ricerca sul patrimonio culturale di Ateneo, diretto dal prof. Mario Collarile. E lo fa da Benevento, città in cui la Fondazione Terre Magiche Sannite ETS, presieduta da Carmine Ricciardi, opera da anni con grande attivismo per la promozione della città campana e del suo territorio, inscindibilmente legati al noce magico, descritto già da Pietro Piperno nel De nuce maga Beneventana come luogo di raduno delle streghe d’Italia, crocevia di un volo che confonde i piani tra sogno e veglia, corpo e spirito, estasi mistica e inganno demoniaco.

Il programma delle sessioni, coordinato dalla prof. Debora Moretti, si è aperto con due relazioni di straordinario spessore, affidate a studiose di fama internazionale. Rita Voltmer (Università di Trier), tra le massime esperte della caccia alle streghe nell’area germanica, ha tenuto una lectio magistralis intitolata “The Sabbat-Riding Witch in Germany and its borderlands. Visual and Textual Representations of Flying (15th to 18th century)”. La studiosa ha ricostruito come il volo della strega divenga, a partire dalla metà del Quattrocento, l’emblema visivo per eccellenza del sabba, diffuso attraverso trattati demonologici, atti processuali, fogli volanti, dipinti e persino danze macabre. Voltmer ha sapientemente oscillato tra materialità e illusione, paura e parodia, mostrando come le rappresentazioni del volo – su animali, scope o demoni – non fossero semplici ornamenti ma veri e propri dispositivi discorsivi, capaci di plasmare l’immaginario collettivo e legittimare la persecuzione. Particolare attenzione è stata dedicata al Sacro Romano Impero, cuore delle cacce europee, dove l’iconografia della strega volante ha assunto una densità e una diffusione senza pari. Marina Montesano (Università di Messina), storica della cultura medievale di consolidata autorità, ha proposto un approfondimento intitolato Il volo prima della caccia alle streghe. Nel suo intervento, Montesano ha esplorato la genealogia culturale e storiografica del volo magico prima dell’emergere della caccia alle streghe, sostenendo che l’idea del movimento aereo notturno non può essere ridotta a un’unica origine, a una sopravvivenza pagana o a un coerente substrato “sciamanico”. Il volo magico è emerso piuttosto attraverso la graduale intersezione e rilettura di tradizioni eterogenee – nordiche, classiche, bibliche, folkloriche, letterarie e teologiche – che furono progressivamente ricombinate tra la fine del Medioevo e l’alba del pensiero demonologico. La studiosa ha aperto la sua analisi con un confronto tra due studi influenti: l’articolo di Ronald Hutton sulla Caccia Selvaggia e il sabba delle streghe, e la ricostruzione di Julian Goodare del culto scozzese degli seely wights. Mentre Hutton critica il modello storiografico che fa derivare il sabba da antichi cortei di spiriti pagani, Goodare tenta invece una ricostruzione per analogia di una frammentata tradizione estatica scozzese. Il dibattito diventa particolarmente delicato attorno alla categoria di “sciamanesimo”, che Hutton problematizza per l’Europa mentre Goodare adotta in senso più ampio. Montesano ha quindi chiesto se sia possibile tracciare una storia del volo magico prima che i demonologi lo trasformassero in un tratto centrale della stregoneria. Ha esaminato il ricco materiale norreno – la leggenda del fabbro Wieland (Völundr), il fjaðrhamr (mantello di piume), il gandreiðr (la “cavalcata della strega” delle saghe islandesi) – invitando però alla cautela metodologica, poiché le fonti sono relativamente tarde e cristianizzate. Ha allargato lo sguardo ad altre tradizioni europee e mediterranee, dal cofanetto di Franks (metafora dell’ibridazione culturale) alle leggende di Magonia, da Dante a Boccaccio, fino alle influenze classiche (Apuleio, Ovidio) e alle interpretazioni teologiche del movimento demoniaco in Agostino e Tommaso d’Aquino. La sua conclusione è che il volo magico prima della caccia alle streghe non può essere spiegato attraverso una singola linea evolutiva o un mito primordiale, ma è il risultato dell’interazione di molteplici tradizioni simboliche – viaggi estatici, volo strumentale, metamorfosi classica, trasporto visionario, mobilità demoniaca, fantasia letteraria e speculazione teologica – che furono progressivamente ricombinate e reinterpretate attraverso categorie demonologiche tra XIV e XV secolo. La trasformazione decisiva non consistette nell’inventare ex novo il volo magico, ma nel ridefinire motivi più antichi come prova di un’azione demoniaca concreta.

Non sono mancati contributi che hanno portato alla luce materiali archivistici inediti o poco noti, restituendo voce a imputate dimenticate e ricostruendo dinamiche locali della caccia alle streghe. Massimiliano Luca Capurso (Scuola Superiore di Studi Storici di San Marino) ha esaminato l’evoluzione del volo notturno in Puglia tra XV e XVIII secolo, a partire dalle prime attestazioni del sabba salentino nell’opera di Antonio de Ferraris. Ha mostrato come la confessione più antica relativa al noce di Benevento risalga al 1582, nel processo alle masciare di Conversano, dove una donna raccontò di un unguento che la faceva «venire come vento et in uno istante» al noce. Ma la novità più rilevante è rappresentata dal «noce di Sobrino», una variante tutta pugliese dell’albero beneventano emersa nei processi oritani del 1678 (Grazia Galluo e Cinzia Maietta): un caso di appropriazione e risignificazione locale del mitema, che Capurso ha ricostruito con precisione filologica, tentando persino una localizzazione geografica del luogo reale sottostante alla rappresentazione. Armando Pepe (Université Grenoble Alpes) ha affrontato il tema scabroso della scarsa documentazione inquisitoriale nel Regno di Napoli, dove la maggior parte degli archivi è andata perduta. Ha ricordato il clamoroso caso di Bitonto (1592) – una caccia alle streghe interamente costruita da due prelati disonesti – e ha portato l’attenzione su Caserta, dove nel 1594 il teatino Benedetto Mandina, futuro ministro dell’Inquisizione, si trovò a lottare contro la diffusa presenza di sortilegi e superstizioni, senza però mai affrontare la questione del volo notturno. L’unica traccia superstite è una frase, raccolta da un’anziana imprigionata a Napoli nel 1586: «Et quando ce untamo con questo unguento, solemo dire: Sopra acqua et sopra vento portame alle noce de Benevento». Parole che hanno ispirato il titolo del convegno e che testimoniano la persistenza orale di un immaginario condiviso. Giulia Lovison (Medici Archive Project) ha ricostruito l’acceso dibattito dottrinale tra il francescano Samuele Cassini e il domenicano Vincenzo Dodo nei primi anni del Cinquecento, mostrando come la questione del volo notturno – se cioè fosse reale o illusorio – nascondesse ben più profonde divergenze sulla natura della potenza divina, sul miracolo e sul valore giuridico del Canon Episcopi. Fabrizio Conti (John Cabot University) ha approfondito lo stesso dibattito in area padana, connettendolo alle più ampie traiettorie europee che portarono a Heinrich Kramer, l’inquisitore autore del Malleus Maleficarum. E Vincenzo Tedesco (Università di Messina) ha ripercorso le tappe dell’affermazione del volo come «pilastro» del paradigma stregonico nel corso del Quattrocento, sottolineando la pluralità di posizioni – scettiche e realistiche – che hanno preceduto la codificazione della fine del secolo.

Ciò che ha reso il convegno beneventano un’occasione unica nel panorama scientifico nazionale è stato il deciso taglio interdisciplinare. Accanto agli storici – che hanno esaminato processi e trattati – sono intervenuti antropologi, criminologi, studiosi delle religioni e persino specialisti di neuroscienze, in un dialogo che ha evitato tanto l’isolamento disciplinare quanto la generica sovrapposizione. La presenza della criminologia, in particolare, ha offerto uno sguardo inedito: Cecilia Monti Canestrari (Studio di Criminologia, Psicopatologia Forense e Medicina Legale Augusto Balloni) ha analizzato la figura di Leonarda Cianciulli, la «Saponificatrice di Correggio», originaria di Montella in Irpinia. Attraverso il memoriale autobiografico Quaderno di un’anima amareggiata, Monti Canestrari ha mostrato come il personaggio di Cianciulli – definita «la strega» dalla cronaca nera – abbia interiorizzato e riattualizzato il mitema del volo: nelle sue parole, i bambini morti «fuggivano dalla finestra»; e ai magistrati che chiedevano conto della velocità con cui aveva commesso i delitti, ella rispondeva con l’enigmatico «Non so come io feci, forse volai…». Un caso di «strega moderna» in cui il retaggio magico-stregonico rurale campano (unguenti, erbe, culto dei morti) si intreccia con disturbi dissociativi e ritualità sacrificali, offrendo alla riflessione criminologica un materiale di straordinaria complessità. Sul versante antropologico e storico-religioso, Nataša Cvijanović (Università di Udine) ha proposto un accostamento tra due casi processuali dell’Impero Asburgico (Marta Fiascaris a San Daniele del Friuli nel 1653, Magda Logomer a Zagabria nel 1758), interpretando il volo in spirito alla luce dello sciamanesimo altaico-siberiano e delle recenti scoperte neuroscientifiche. Silvia Veronesi Namioka ha invece aperto una prospettiva comparativa con il Giappone, mostrando come figure come gli yūrei (fantasmi) o la Yamamba non volino ma fluttuino, in una mobilità soprannaturale che non viene demonizzata perché non infrange l’ordine cosmologico come invece accade in Europa. Una differenza che, secondo la studiosa, dice molto sulla specifica costruzione culturale del volo come «segno di colpa» in Occidente. Nicola Maria Camerlengo (Università di Ordu, Turchia) ha spinto il confronto ancora più lontano, accostando il noce di Benevento al monte Kunlun della cosmologia taoista, e le streghe europee agli sciamani siberiani, accomunati dall’uso di sostanze enteogeniche per il viaggio estatico. Ada Prisco (ISSRM Foggia) ha invece esplorato il Buraq, la creatura alata che accompagna Maometto nel viaggio notturno (isrā’) e nell’ascesa (miʿrāj) attraverso i sette cieli, un volo che – diversamente da quello stregonico – è sacralizzato e fondativo della rivelazione coranica.

Un filo rosso che ha attraversato molti interventi è stato quello del volo come esperienza visionaria, estatica o patologica, non necessariamente demonizzabile. Marco Papasidero (Università di Palermo) ha confrontato il volo delle streghe con la levitazione dei santi, fenomeno ben attestato nell’agiografia tra Tre e Seicento, ma descritto come involontario, frutto di una così profonda unione con Dio da sollevare il corpo da terra. Luigi Canetti (Università di Bologna) ha esplorato le leggende di Maria Maddalena, in cui il volo – come nel caso della moglie del governatore di Marsiglia, trasportata in estasi in Terrasanta – si intreccia con pratiche incubatorie e sapienziali legate alla grotta della Sainte-Baume. Giovanni Liccardo ha condotto i presenti in un suggestivo viaggio attraverso le catacombe di Napoli e Roma, mostrando come l’iconografia del pavone e della fenice, ma anche la luce tremolante delle lucerne negli ipogei, potessero simulare un’esperienza di «anima alata» in ascesa verso l’eterno. E Claudia Santi (Università di Salerno) ha analizzato il simbolismo del volo nella religione norrena, da Odino che si libra come uccello alle Valchirie che percorrono i campi di battaglia, ai corvi Huginn e Muninn (Pensiero e Memoria) fino al drago Níðhǫggr che vola portando sotto le ali i corpi dei morti: un volo sempre connotato positivamente, come accesso a una conoscenza superiore o come percorso di rinascita. Sul versante farmacologico, Andrea Maraschi (Università Pegaso) ha messo in guardia da facili correlazioni tra unguenti psicoattivi e volo. Esaminando fonti tardoantiche e altomedievali (dalle Cyranides al Ghayat al-Hakim arabo, fino alle ricette mediche in antico inglese), ha mostrato che se è vero che piante come il giusquiamo o la mandragora erano conosciute per i loro effetti allucinogeni, l’attribuzione a esse di una specifica capacità di indurre la sensazione di volo è in larga parte una costruzione posteriore dei demonologi. Ciò non toglie, osserva Maraschi, che chi le maneggiava lo facesse con estrema cautela, consapevole della loro pericolosità.

L’ultima sessione del convegno si è chiusa con un intervento volutamente rapsodico e metaforico di Alessandro Testa (Charles University, Praga), che ha evocato la capitale boema come Traumreich – regno del fantastico, del magico, dell’onirico – attraversato da «voli pindarici» che vanno dalle leggende medievali alle defenestrazioni (quella del 1618 diede inizio alla Guerra dei Trent’Anni), dal folklore stregonesco d’epoca romantica all’ultimo romanzo di Dan Brown. Un modo per ricordare che il volo non è solo oggetto di studio, ma anche un dispositivo narrativo e immaginativo che continua a interrogarci.

A conclusione dei lavori, è stato sottolineato l’impegno del Laboratorio «Giuseppe Bonomo» a proseguire nella sua missione: costruire una rete stabile di ricercatori, favorire l’accesso agli archivi, promuovere pubblicazioni e, soprattutto, contrastare quel pregiudizio che per troppo tempo ha relegato la stregoneria a «riserva indiana della storiografia». Come ricordava Sciascia: la Storia con la S maiuscola è spesso la storia di chi ha il potere di scriverla, e dunque di omettere. Il convegno promosso dall’Università Giustino Fortunato ha restituito dignità a ciò che era stato rimosso, mostrando che studiare il volo notturno delle streghe non è un lusso intellettuale, ma una necessità civile. Perché la strega è l’altra, la donna che non sta al suo posto, il marginale, il nemico interno. E capire come si costruisce un capro espiatorio è, oggi più che mai, un compito che riguarda tutti.

 

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