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POLITICA

La condanna di Benevento

Scegliere la via dell’ammucchiata contro Mastella vuol dire legittimarne l’ambizione alla sopravvivenza, significa soffocare sul nascere qualsiasi ipotesi di cambiamento sulla pelle di una città stanca e sgomenta. Non ci pare, a occhio, una strategia vincente. Dopo di che, seppure tanto dovesse bastare per “liberare” Palazzo Mosti, per la città sarebbe una sciagura

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Se l’intelligenza non si misura con la carta d’identità è pur vero che il passato pesa e resta, mentre il futuro non aspetta. Tutt’al più sfugge e il passato si trasforma nella prigionia dell’eterno presente. Sabato scorso Umberto Del Basso de Caro e Pasquale Viespoli si sono ritrovati, in una pubblica iniziativa, per ragionare del capoluogo, del terremoto giudiziario che ha travolto Palazzo Mosti, del declino socio economico della città e delle ricette per invertire la rotta, per restituire a Benevento una prospettiva oltre questo tempo.

Parliamo di due autorevolissimi riferimenti dell’universo politico ed istituzionale sannita, due politici di razza che hanno rappresentato la città di Benevento e la provincia nelle aule parlamentari, rivestendo ruoli di sottogoverno di grande responsabilità, che dunque hanno fatto letteralmente la Storia politica del capoluogo. De Caro riferimento di punta del Pd, custode della tradizione Socialista, Viespoli figlio del Movimento Sociale Italiano, una vita a destra, che tra l’altro di Benevento fu sindaco in un tempo ormai lontano, per tutta la seconda metà degli anni novanta sino ai principi del nuovo millennio.

Non una iniziativa estemporanea per riflettere sull’oggi e sull’avvenire ma l’apertura della campagna elettorale per le amministrative, l’occasione per ufficializzare una convergenza che troverà prospettiva in una grande coalizione di salute pubblica, con buona parte del Pd (sicuramente quello rappresentato dal circolo cittadino e dai consiglieri comunali a Palazzo Mosti), buona parte delle opposizioni di matrice civica e mondi di destra. 

Il confronto andato di scena all’Auditorium Virgineo è stato accompagnato da una significativa partecipazione, i due protagonisti non hanno tradito le aspettative ma a ben vedere, nessuno ce ne voglia, quel che più resta è l’immagine di una città prigioniera di un eterno presente, di un passato che è già passato ma che lì resta in assenza di un avvenire riconoscibile.

Lo abbiamo detto in premessa, l’intelligenza non si misura con la carta d’identità. Vale per Clemente Mastella, vale per Viespoli e per De Caro. Dopo di che se la città è in declino, se tutti gli indicatori ci raccontano di un capoluogo ripiegato su se stesso, di una provincia sempre più povera, evidentemente qualche responsabilità pure andrebbe riconosciuta alle classi dirigenti che la città e la provincia le hanno rappresentate per decenni ai più alti livelli istituzionali.

Non si tratta di evocare la rottamazione o di cedere alla demagogia del rinnovamento, si tratta, molto più semplicemente, di riconoscere che quelle classi dirigenti hanno smarrito da tempo la propria funzione, non sono più nelle condizioni di farsi carico di un futuro che chiede invece di essere pensato, immaginato e costruito da nuovi protagonismi. Che purtroppo non ci sono e stentano drammaticamente ad emergere perché ogni ipotesi di rinnovamento viene sistematicamente declinata in una prospettiva di sostanziale cooptazione.

Per un verso Mastella, che si muove in solitaria, puntando sul cognome, ovvero su di un partito a conduzione famigliare, e punta semplicemente a conservare il potere attraverso il potere, non potendo immaginare, pur volendo e per sua grandissima colpa, un avvenire oltre se stesso. Per altro i suoi avversari più agguerriti, incapaci di andare oltre l’algebra, di percorrere altro sentiero se non quello comodo ma ingannevole del trasformismo incestuoso, un sentiero che si risolverà, in un modo o nell’altro, in un vicolo cieco.

Una grande coalizione sull’asse De Caro – Viespoli determinerebbe l’inevitabile scomposizione del campo progressista come del centrodestra, generando una parcellizzazione dello spazio politico che inevitabilmente andrebbe a favorire il blocco mastelliano, che avrebbe molti più margini per costruire intese ed accordi, per lucrare sull’implosione del quadro politico. Dopo di che, seppure quest’incestuosa intesa dovesse produrre una coalizione in grado di prevalere nelle urne, l’unica prospettiva che un’amministrazione fondata su questi presupposti politici potrebbe garantire al capoluogo sarebbe quella della vendetta, della conservazione, della precarietà. Un’amministrazione che potrebbe sopravvivere ricercando l’equilibrio sulla gestione per la gestione, orfana di una prospettiva politica, per natura sterile, dunque incapace di generare una nuova prospettiva.

Il punto è che l’alternativa a Mastella non andrebbe costruita contro Mastella ma per la città, andrebbe costruita con il cemento della politica e andrebbe declinata al futuro, al riparo da equivoci e intese contronatura, attraverso nuovi protagonismi e nuove parole d’ordine.

Scegliere la via dell’ammucchiata contro Mastella vuol dire legittimarne l’ambizione alla sopravvivenza, significa soffocare sul nascere qualsiasi ipotesi di cambiamento sulla pelle di una città stanca e sgomenta. Non ci pare, a occhio, una strategia vincente.

Dopo di che, seppure tanto dovesse bastare per “liberare” Palazzo Mosti per la città sarebbe una sciagura.  Perché la politica è quella cosa che accade tra un’elezione e un’altra e se in campagna elettorale tutto si tiene il giorno dopo la politica torna, implacabile. L’unica dimensione sulla quale un’amministrazione fondata sulle sabbie mobili dell’equivoco, sul trasformismo dell’algebra, per natura può sopravvivere solo sulla gestione del potere, giorno dopo giorno, nell’isolamento politico, nella marginalità istituzionale.

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