POLITICA
Mastella, Gino Abbate e l’intelligenza dei beneventani
Dopo molto tempo finalmente qualcuno, nel Pd, ha riscoperto il linguaggio della politica. Nell’intervista che Gino Abbate ha rilasciato a Gianrocco Rossetti su queste colonne riconosciamo il coraggio di una linea politica chiara, condivisibile, necessaria e ambiziosa. Forse troppo ambiziosa
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Magari non sarà lui il candidato del centrosinistra per la fascia tricolore di Benevento, anche se tra le righe delle sue dichiarazioni emerge molto chiaramente la legittima ambizione di puntare a Palazzo Mosti. E molto lungamente si potrebbe discutere sul profilo apicale che una proposta di cambiamento per il capoluogo richiederebbe per risultare sufficientemente credibile agli occhi di una comunità sgomenta, smarrita.
Tanto premesso a Gino Abbate riconosciamo il merito di essere stato il primo riferimento del Pd e del centrosinistra sannita, da molto tempo a questa parte, ad aver rispolverato il dizionario della politica, ad aver indicato una linea chiara e ambiziosa sul futuro del capoluogo, una linea che a nostro avviso, per quel che possa valere, è assolutamente condivisibile. Nell’intervista rilasciata a Gianrocco Rossetti su queste colonne Abate dice poche cose molto importanti.
A Benevento, a suo dire, nel centrosinistra non ci può essere spazio per Noi di Centro. Non c’è margine per imporre un accordo sui territori in funzione delle politiche, dunque Mastella sarà altrove. Abbate in qualche modo spiega le ragioni di questo convincimento, descrivendo la torsione clientelare e corporativista del sistema di potere mastelliano e andando, quindi, ben oltre Mastella.
Il punto non è sconfiggere il sindaco uscente, il punto è farsi carico di una città che chiede di essere proiettata oltre l’eterno presente di questi anni, che chiede di potersi riconoscere in un’alternativa. Il punto non è la questione giudiziaria, indipendentemente da quelli che potrebbero essere gli eventuali sviluppi, il punto è quella che Enrico Berlinguer definì questione morale, che è eminentemente questione politica. E la questione morale, dunque politica, a cui Abbate fa riferimento, riguarda in primo luogo proprio il Pd, che ha il dovere morale, appunto, di andare oltre ciò che è stato sino ad oggi, di andare oltre il processo al mastellismo, oltre la politica del livore per proporre una visione di città, per misurarsi sulla concretezza delle proposte.
Abbate non lo dice, anche perché non avrebbe potuto. Ma fino a che punto questo Pd, e con questo Pd questo centrosinistra, è nelle condizioni di muovere dai contenuti, di costruire una piattaforma di valori e dunque di programma sufficientemente credibile? Perché se un ciclo politico si è esaurito allora si è esaurita la funzione di chi quel ciclo politico lo ha alimentato nel corso dei lustri, al potere o all’opposizione.
Perché il punto di fondo è che Benevento è a un bivio: o prosegue ad agonizzare in questo eterno presente o volta pagina e riscopre l’entusiasmo della speranza. O la città verrà condannata ad una campagna elettorale giocata sui medesimi protagonismi di questo decennio, sulle medesime logiche, sulla contrapposizione tra proposte di rappresentanza costruite con l’algebra, o emergerà una proposta di rottura sufficientemente forte e credibile da sovvertire l’ordine costituito, da mettere in discussione la logica dei portatori dei voti.
Gino Abbate questo dice, le sue riflessioni inducono ad una semplice considerazione: il centrosinistra può vincere a Benevento investendo sul voto di opinione, sull’intelligenza dei beneventani liberi. Dovrà essere l’idea a trainare il consenso strutturato, il vento ad orientare i portatori di voti. Viceversa perderebbe anche vincendo. Perché prevarrebbe su di una logica di vendicativa conservazione.




