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ECONOMIA

Territori in bilico – Mense scolastiche: il divario Nord-Sud che pesa sui bambini e sulla scuola

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C’è un’Italia che pranza a scuola e un’altra che, semplicemente, non può farlo. I dati diffusi qualche giorno fa da Openpolis sull’anno scolastico 2024/2025 raccontano con chiarezza una frattura territoriale che non è solo statistica, ma sociale: su 39.351 edifici scolastici statali, solo 14.362 dispongono di una mensa. Il 36,5%. Poco più di un terzo.

Ma è quando si scende nel dettaglio geografico che il divario diventa strutturale. Nel nord-ovest oltre la metà degli edifici (50,8%) è dotata di mensa; nel centro si arriva al 41,6%. Al sud la percentuale crolla al 24,1%, nelle isole al 22,3%. Quasi trenta punti percentuali di differenza tra le aree del Paese.

La regione simbolo di questa distanza è la Valle d’Aosta, dove il 71,9% degli edifici scolastici ha uno spazio mensa. All’estremo opposto la Sicilia, con appena il 14,4%. In mezzo, il Mezzogiorno che fatica: la Campania si ferma al 18,1%, la Calabria al 22,5%. L’unica regione meridionale sopra la media nazionale è la Sardegna, e di poco.

Non è solo una questione di strutture. È una questione di opportunità. La mensa è ciò che rende possibile il tempo pieno, che consente di prolungare l’offerta didattica nel pomeriggio, che permette ai genitori di conciliare lavoro e famiglia. È uno spazio educativo informale, dove si costruiscono relazioni e si apprendono regole di convivenza. Ma è anche – e forse soprattutto – un presidio contro la povertà alimentare.

Secondo i dati richiamati nell’analisi, 11 famiglie su 100 in Italia dichiarano difficoltà nel potersi permettere un pasto proteico ogni due giorni. Tra le famiglie monogenitoriali con figli minori la percentuale sale al 13,4%. E quando si guarda ai minori, il divario territoriale riemerge: le incidenze più alte si registrano proprio al Sud, con picchi in Sicilia (8,4%) e Campania (5,4%).

È qui che la mensa scolastica assume un valore che va oltre il servizio: garantisce almeno un pasto equilibrato al giorno, in termini di porzioni e bilanciamento dei macronutrienti. Le stesse Nazioni Unite ricordano che la corretta alimentazione non riguarda solo l’apporto calorico, ma la qualità dei nutrienti, elemento decisivo nello sviluppo infantile e nella prevenzione delle malattie croniche.

E allora la domanda diventa inevitabile: perché proprio nei territori dove la fragilità economica è maggiore l’offerta di mense è più scarsa? Il divario Nord-Mezzogiorno, in questo caso, non è solo infrastrutturale ma moltiplicatore di disuguaglianze. Dove ci sono meno mense, ci sono meno possibilità di tempo pieno. Dove c’è meno tempo pieno, si restringono le occasioni educative, culturali, relazionali. E la povertà educativa si salda con quella alimentare.

Quando una mensa non parte o non funziona bene, si interrompe una catena che coinvolge studenti, famiglie, insegnanti. Si compromette un equilibrio che, soprattutto in contesti socialmente delicati, rappresenta un argine concreto alla marginalità.

Il paradosso italiano è evidente: proprio dove il bisogno è più alto, la presenza del servizio è più bassa. È il “paradosso della scarsità nell’abbondanza” declinato in chiave territoriale. Non mancano solo i refettori; manca un pezzo di infrastruttura sociale.

Investire nelle mense scolastiche nel Mezzogiorno significa intervenire su più livelli: contrasto alla povertà alimentare, sostegno al lavoro delle famiglie, ampliamento dell’offerta formativa, prevenzione delle disuguaglianze sanitarie future. Significa, in definitiva, trasformare un pasto in uno strumento di equità.

Perché se è vero che la scuola è il primo presidio di uguaglianza, allora anche ciò che accade durante la pausa pranzo ne fa parte. E finché nascere al nord o al sud continuerà a determinare la possibilità di sedersi a tavola a scuola, il divario non sarà solo nei numeri di Openpolis, ma nella vita quotidiana di migliaia di bambini.

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