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CULTURA

Profumo di paste e domeniche perdute: la storia del pasticciere Massimo Donatiello, tra ricordi dolci in una Benevento del passato

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È una storia fatta di zucchero, sacrificio e sentimento quella di Massimo Donatiello, classe 1961, una vita trascorsa tra impasti e guantiere colme di dolci. Per tutti, da sempre, è semplicemente “Babà”: un soprannome nato per gioco tra i vicoli della sua infanzia e diventato ormai parte della sua identità. Oggi, dopo quasi cinquant’anni trascorsi nei laboratori della tradizione beneventana, Massimo è un pezzo di storia viva della pasticceria sannita. Le sue parole, cariche di umanità, sono una finestra autentica su una Benevento che cambia, ma che sa ancora riconoscere e custodire il valore delle sue radici. Una città che ha sempre avuto una storia speciale nel settore dolciario. Dalle Fabbriche Riunite con la famiglia Rosa a Pastore, dagli Amabile ai Capobianco, dai Sassano ai Romano. E tanti altri ancora, rimasti nel cuore e nell’immaginario collettivo di una comunità fiera e laboriosa. 

Dalla strada al laboratorio: un destino segnato dallo zucchero

Massimo inizia il suo percorso giovanissimo, poco più che ragazzino, quando, uscito dal collegio, si ritrova senza un futuro certo. È allora che la vita lo chiama letteralmente dalla strada. Siamo nel 1976, nel centro storico cittadino, via Annunziata per la precisione, dietro Corso Garibaldi: “Giocavo a pallone coi miei amici, quando don Umberto Ascione, titolare dell’omonima pasticceria, mi chiamò e mi disse: ‘Tu non devi stare qui, vieni a lavorare con noi’. Da lì è iniziato tutto.”

Garzone prima, apprendista poi, il giovanissimo Massimo, adolescente, entra così nel mondo dei dolci sotto la guida di due famiglie simbolo della tradizione dolciaria beneventana: gli Ascione e, successivamente, gli Amabile. A formarlo nel mestiere, due maestri molto diversi tra loro: don Umberto Ascione, meticoloso e attento ai dettagli, e Ciro Farano, napoletano di poche parole ma di grande talento. “Farano era severo, non dava consigli. Io lo osservavo, rubavo con gli occhi. Appena potevo, salivo in bagno e mi segnavo le dosi su un’agendina.”

La famiglia Amabile, una seconda casa

Nel 1982, ventenne, Donatiello entra nella pasticceria Amabile di viale Mellusi, con i titolari Andrea e Pellegrino, suggellando un legame che sopravvive ancora oggi con le ultime generazioni della famiglia. “Lì sono cresciuto, letteralmente. Non era un posto di lavoro, era casa mia. Ho visto crescere i loro figli, oggi titolari, ho partecipato alle loro feste, ero uno di famiglia.”

Amabile per lui non è solo un cognome, ma una comunità, una scuola di vita. “Mi hanno insegnato l’umiltà, il rispetto, il valore del lavoro. Con loro non guardavo l’orario: si lavorava tanto, con passione, e si vendeva tantissimo.” Anche quando – al viale Mellusi – la pasticceria si trovava di fronte ad un altro colosso beneventano, Pastore, la rivalità era sana: “Era una bella competizione. Non so chi vendesse di più, ma noi difendevamo il nostro nome con orgoglio.”

“Babà”: un soprannome nato tra amici

Ma perché lo chiamano tutti Babà? “È nato per caso”, racconta con un sorriso. “Quando ero piccolo, mentre gli altri giocavano a pallone, io facevo sacrifici e andavo a lavorare in pasticceria. E gli amici scherzavano, dicendomi: ‘Vai, Babà, vai a fare il babà!’. Da allora, sono diventato Babà per tutti. Ormai, nessuno mi chiama più Massimo.” (ndr. ride)

Il sapore della domenica, quello che non torna più

“Una volta, la domenica era un rito. Le persone facevano la fila, si portavano a casa le guantiere piene di dolci grandi. La pasticceria mignon esisteva, ma non era amata come oggi. Si voleva la torta vera, il dolce importante, quello che sapeva di casa”. Oggi, secondo Donatiello, molte cose sono cambiate: “C’è più estetica, ma meno sostanza. Si guarda all’apparenza, si perde la tradizione. Credo che prima fosse meglio.”

I dolci del cuore

Se dovesse scegliere un dolce che rappresenta Benevento? “Senza dubbio la Deliziosa: una ruota di frolla con crema al burro e granella di nocciole. Un tempo andava a ruba, oggi qualcuno più avanti con l’età me la chiede ancora. E poi la Zeppola di San Giuseppe, quella fritta, da sempre amatissima: la chiedono anche ad agosto. E’ un evergreen!”.

E il suo cavallo di battaglia personale? “La zeppola, sicuramente. Mi piace farla, mi soddisfa. Ma in generale amo preparare delizie fritte. E poi il periodo natalizio, con tutti quei dolci al cioccolato: una meraviglia.”

Benevento, il calcio e lo “Stregotto”

Donatiello è anche un grande tifoso del Benevento Calcio: “Ho pure un tatuaggio sul braccio! Quest’anno sono fiducioso, Vigorito ha capito gli errori e sta costruendo un’ottima squadra. Ovviamente sarà sempre il campo a decretare se sta facendo bene”. 

Dalla sua passione calcistica nasce anche uno dei suoi dolci: lo Stregotto, una sorta di bombolone ispirato alla zeppola fritta, ripieno di crema chantilly allo Strega e decorato con zucchero a velo rosso e giallo, i colori della squadra sannita. “Lo facciamo da gennaio ad aprile, finché il caldo ce lo permette.”

Tradizione e futuro: cosa resta?

Oggi, a distanza di decenni, Massimo guarda indietro con nostalgia ma anche con orgoglio. “Quando ho iniziato, i prodotti erano pochi. Ora c’è una maggiore varietà, ma si sono perse tante cose. Stanno svanendo poco alla volta le tradizioni importanti, anche a tavola, che andranno via con la scomparsa delle persone più anziane. Non so, infatti, se i ragazzi di oggi sapranno custodirle e proporle ancora”.

Una vita dolce, senza rimpianti

Con alle spalle mezzo secolo di esperienza, Massimo Donatiello non ha rimpianti. “Mi piace fare tutto, ma soprattutto mi piace farlo bene. La pasticceria mi ha dato tutto: un lavoro, una famiglia, un’identità. E un soprannome che porto con orgoglio”.

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