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Opinioni

Ora e sempre desistenza!

La vera forza di De Luca sta nel fatto che in Campania il centrodestra sostanzialmente non esiste, nel senso che è rimasto fermo a dieci anni fa, alle macerie lasciate da Stefano Caldoro, all’epopea di Cosentino, all’accordo programmatico con Ciriaco De Mita. Nel corso di questi due lustri, laddove il centrodestra ha potuto rivendicare una qualche vittoria, come nelle nostre aree interne, in realtà ha vinto il civismo d’accatto in chiave anti Pd, hanno vinto gli apolidi andando a riempire quel vuoto. Questa è la vera forza del governatore

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E’ la strutturale debolezza del centrodestra campano la condizione di fondo che restituisce al governatore De Luca lo spazio per giocare in proprio, per sfidare il suo stesso partito sul terzo mandato, mettendo sul piatto l’ipotesi di un fronte civico attorno alla sua persona. E’ nel vuoto politico di un centrodestra che esiste solo sulla carta che il governatore abilmente nuota, è quel vuoto politico che restituisce a De Luca forza e strumenti per mantenere ben serrati i ranghi del suo sistema di potere, per continuare ad alzare l’asticella dello scontro con il Nazareno rivendicando egemonia sui territori.

La vera forza di De Luca va ricercata nella circostanza per la quale, nessuno ce ne voglia, nella prima regione del Mezzogiorno il centrodestra sostanzialmente non esiste, nel senso che è rimasto fermo a dieci anni fa, alle macerie lasciate da Stefano Caldoro, all’epopea di Cosentino, all’accordo programmatico con Ciriaco De Mita. Quell’implosione, a conti fatti, non ha generato alcun conflitto e, dunque, non ha determinato alcun moto di cambiamento, alcuna ipotesi di trasformazione. Perché per dirla proprio con De Mita le classi dirigenti emergono sempre da un conflitto, da uno scontro tra idee e prospettive. Quando viene meno quel presupposto tutt’al più emergono personalismi, gruppi di potere costruiti sull’autoreferenzialità che non possono coltivare altra ambizione se non quella della sopravvivenza nella testimonianza, nel migliore dei casi percorsi funzionali al soddisfacimento di singole ambizioni.

Questa è la ragione per la quale in tutti questi anni sono mancati gruppi dirigenti in grado di imporsi sul terreno del radicamento territoriale, questa è la ragione per la quale, nel corso di questi due lustri, laddove il centrodestra ha potuto rivendicare una qualche vittoria, come nelle nostre aree interne, in realtà non ha vinto davvero. Ha, piuttosto, vinto il civismo d’accatto in chiave anti Pd, hanno vinto gli apolidi andando a riempire quel vuoto.

D’altro canto tutti ricordiamo quel che accadde alle ultime elezioni regionali, quando De Luca stravinse con un plebiscito senza precedenti ponendosi a capo di una coalizione dai perimetri indefiniti, costituita da oltre dieci liste, molte delle quali studiate a tavolino per ospitare riferimenti di apparati storicamente di centrodestra, di posticcia ispirazione civica. Nel contesto dato è del tutto evidente che quegli apparati non hanno alcuna motivazione per rompere con Palazzo Santa Lucia nel nome dell’appartenenza e difficilmente la troveranno di qui al 2026, indipendentemente dal nome del Ministro o del sottosegretario che sarà chiamato a sfidare il governatore.

Perché gli apparati si muovono assecondando il vento del potere e la logica della gestione, indipendentemente dal colore del governo di turno. Detta altrimenti, coloro che a destra immaginavano, all’indomani delle ultime elezioni politiche, che quella vittoria avrebbe inevitabilmente cambiato il corso della storia anche sui territori, innescando una inarrestabile disarticolazione del sistema di potere deluchiano, oggi masticano amaro. Da che mondo è mondo, d’altronde, le elezioni politiche, e lo stesso vale per le elezioni europee, risentono poco o nulla del cosiddetto voto strutturato, dunque del peso e dell’influenza degli apparati, perché il cittadino si sente libero di assecondare i propri convincimenti, libero dal condizionamento del sindaco o dell’assessore amico, libero da qualsiasi vincolo di riconoscenza. Quando, invece, si tratta di votare per le amministrative o per le regionali, è innanzitutto il voto strutturato a fare la differenza, le liste e l’ampiezza della coalizione. E le liste sono composte da riferimenti prossimi e riconoscibili, la campagna elettore si gioca in primo luogo sul terreno del radicamento, sulla capacità di presidiare il consenso, di far valere la logica della gestione, della promessa, della clientela. E il cittadino difficilmente sfugge al dovere di ringraziare, perché sa che difficilmente potrebbe sfuggire al controllo degli apparati.

E’ sui territori, dunque, che il centrodestra avrebbe dovuto sfidare De Luca in questi anni, portando l’opposizione fuori dal Palazzo, accettando la sfida della faticosa rifondazione. Ma sui territori nulla si è mosso, macerie erano dieci anni fa e macerie sono oggi. Ragione per la quale non esiste nemmeno l’ipotesi di una narrazione alternativa a quella del governatore, non esiste altra narrazione se non quella del venerdì pomeriggio a reti unificate. Questa condizione restituisce a De Luca tutto lo spazio e tutti gli strumenti per salvaguardare la coesione del suo sistema di potere, per continuare a muovere allegramente le leve della gestione, per continuare a garantire a tutti uno spazio vitale di sopravvivenza. Di contro, muovendo da questa condizione De Luca sa che anche qualora Elly Schlein dovesse rimanere ben salda alla guida del Nazareno per i prossimi anni, anche nel caso in cui il Pd dovesse chiudere ogni spazio al terzo mandato, non avrebbe problemi ad andare fino in fondo sull’ipotesi civica allargandone i perimetri sino ad includere i tanti portatori di voti e riferimenti provenienti da destra, ai cui occhi s’imporrebbe come l’unica opzione possibile.

De Luca sa che l’unico bipolarismo possibile, in Campania, è quello che lo vedrebbe schierato contro il Pd e il campo largo. A destra, tutt’al più, potrebbero percorrere la via della desistenza. Ma non ci chiedete con quale scopo.

 

 

 

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