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ECONOMIA

Invisibili e aiuti, ecco come il Covid ha stravolto la grammatica della solidarietà

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Quando ero ragazzino, nel vicolo di casa mia passava ogni mattina Vincenzo, per tutti Cienzo, un uomo mingherlino ma risoluto, che prendeva in carico piccole incombenze quotidiane per poche lire. Sentivi il suo fischio assordante, ad indicare la sua presenza in strada, e ti affacciavi – nel caso – per commissionargli qualcosa.

Faceva la fila alla posta, aiutava gli anziani con le buste della spesa, lavava le vetrine dei negozi lungo il corso, montava la guardia a qualche esercizio commerciale per pochi minuti, acquistava le sigarette a chi non poteva muoversi da casa o da lavoro.

Cienzo faceva parte degli invisibili, quelli nati per arrangiarsi, quelli di cui ti ricordi quando c’è un piccolo problema da risolvere: era nato in un ambiente difficile, non aveva potuto studiare e si era dovuto inventare qualcosa. Il centro storico lo aveva assunto – senza contratto – e gli aveva assegnato mansioni a caso, a seconda delle necessità, permettendogli di guadagnare un po’ di soldi per vivere. In questi mesi di emergenza sanitaria, ho ripensato molto a Cienzo. Soprattutto nelle settimane di lockdown, quando la pandemia ha stravolto la socialità, chiudendo le case e facendo entrare solo chi è necessario.

Da marzo 2020 gente come Cienzo, ‘analfabeta’ anche al reddito di cittadinanza e abituata a vivere alla giornata, non ha avuto più risorse. Per loro nessun ristoro, perché non ci sono inquadrature giuridiche e lavorative che possano includerli.

Da oltre un anno li abbiamo visti in fila per il pane, in strada a rivendicare il diritto ad una casa, a raccontare un disagio sociale. Agli invisibili come Cienzo si sono aggiunti partite iva, piccoli imprenditori, commercianti e ristoratori, tanti volti ed esperienze differenti a comporre il mosaico della “pandemia sociale” che la prima linea del volontariato conosce ormai dall’inizio di marzo 2020. Facce mai viste prima di allora ma presenti oggi nei centri Caritas e nei patronati, perché a essere colpito dalla pandemia è stato anche quel ceto medio impoverito, uscito già indebolito dalle ultime crisi economiche.

A Benevento un grande lavoro è stato fatto dalle associazioni e dalla Caritas, guidata da don Nicola De Blasio, attraverso gli sportelli di ascolto diocesano, la distribuzione dei panieri alimentari (prima di Pasqua sono stati 441 quelli distribuiti ai nuclei familiari in difficoltà), con la mensa (oltre 6500 pasti serviti nei primi tre mesi del 2021), con i buoni market, con il dormitorio e con la sala medica ‘San Giovanni di Dio’ per offrire assistenza a chi non ha le possibilità economiche per accedere alle cure mediche. Anche Palazzo Mosti ha lavorato per offrire “misure di sostegno a nuclei familiari in difficoltà” ed erogare voucher sociali, distribuire pacchi alimentari e mascherine. Inoltre, ha rinviato tasse, ha potenziato il CAN (centro di accoglienza notturna divenuto h24) e deliberato la riduzione per 12 mesi del canone d’affitto per gli esercizi commerciali di proprietà del Comune per dare un sostegno concreto alle aziende commerciali che hanno dovuto sospendere o ridurre la propria attività a causa dell’emergenza COVID-19. E’ bastato? Sicuramente no. E magari non eravamo neanche preparati a tutto ciò.

L’epidemia non ha inciso sulla società solo dal punto di vista sanitario ed economico: ha stravolto completamente anche il mondo della solidarietà, pur lasciando immutata la capacità dei cittadini di mobilitarsi a sostegno dei più deboli e bisognosi. Ha mandato in crisi quella grammatica solidale basata su vicinanza, relazione e continuità. Come per la storia di Cienzo, che sopravviveva grazie all’esserci e alle relazioni sociali instaurate nel quartiere, oggi tutto questo sistema vive un profondo limite a causa delle precauzioni, del distanziamento tra corpi. Due mani che si stringono o due persone che si abbracciano sono diventati simboli retrogradati a comportamenti non consoni e soprattutto pericolosi.

E allora che si fa? Percorriamo nuove strade. Oggi più che mai abbiamo bisogno di entrare in relazione per ascoltare l’altro, non proiettare su di lui la nostra esperienza, di comunicare per fare associazione, di discernere e condividere non una esperienza, ma delle forme di impegno solidale. La capacità di fronteggiare una pandemia sta richiedendo anche un enorme dispiegamento di energie associative per fornire servizi e aiuto ai più deboli, sul piano alimentare, abitativo, materiale ma anche relazionale. L’amministrazione di un territorio passa anche attraverso nuove sfide. Sapendo dare nuova linfa ad un concetto di welfare che questo virus ha mandato in terapia intensiva.

Foto: tuscanypeople

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