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La lettera di un sannita: ‘Ora restiamo a casa, ma poi cambiamo il nostro domani’

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Riceviamo e pubblichiamo la lettera di un beneventano residente a Roma, che ci ha scritto per raccontare le emozioni in questo delicato momento che stiamo vivendo. Di seguito il testo.

“Guardo dalla finestra i fiumi di asfalto illuminati dai lampioni più freddi e laconici del solito. Il mio occhio non scorge alcun viandante su quella che era la strada più trafficata della mia nazione; le poche auto sembrano disorientate dal silenzio che le accoglie e al mio orecchio sembra mancar quel caotico vociare dei motori. Guardo dalla finestra e vedo tanti come me nelle loro stanze: alcuni fintamente indaffarati, altri apertamente inoperosi, molti annoiati. Tutti abbiamo paura, ma cerchiamo di non pensarci; di non pensare ai morti, di non pensare agli ammalati. Proviamo a dimenticare quanto ci mancano i nostri affetti; tutti indistintamente ci proviamo, nessuno ci riesce. Ti volti e il primo pensiero che ti assale è quello da cui cercavi di scappare.

E allora cosa dovremmo fare? Permettere che questo pensiero ci paralizzi e aspettare giorno per giorno nuove direttive? Vivere di slogan? Certo non è la guerra; ma il coprifuoco, la città ferma, la nazione in stallo fanno tremare le gambe. Il cuore a volte perde un battito o ne guadagna qualcuno e ci toglie il respiro. “Non ci resta che piangere” taluno penserà, erroneamente citando il compianto Troisi.

Io non ci sto. Non lo accetto. Non accetto di cedere il mio libero arbitrio. Non accetto di accodarmi. Non accetto di provare solo paura. Non accetto che mi dicano come sentirmi. Non accetto la psicosi. Non accetto l’odio. No, questo non posso accettarlo. Voglio combattere con i miei mezzi. Voglio far qualcosa, stavolta sul serio.  Voglio parlarti amico mio. Voglio dirti la mia e mi dovrai ascoltar nella tua dorata prigione.

Mi sono seduto alla mia scrivania: davanti a me un foglio bianco di pixel e ho iniziato a scrivere. Questa è una lettera per te amico fragile.

Dobbiamo restare a casa, dobbiamo essere silenti guerrieri di questa assurdo conflitto che ci riconsegnerà poi lo stesso assurdo mondo di soprusi? Beh, io dico che se dobbiamo combattere allora facciamolo sul serio: questa crisi sia una vera rinascita! Non ci arrendiamo alla crudeltà del mondo che era e che sarà, cambiamo il nostro destino. Restiamo a casa per il prossimo, restiamo a casa per la vita, restiamo a casa per il domani. Ci sto, va bene, ma poi quel domani cambiamolo.

Domani non voglio che le morti del progresso contino meno delle morti della pandemia. Domani non accetterò più che mi si dica come pensare, non sarò più un puntino che si muove su una retta già segnata. Domani arriverà, ne sono sicuro amico, ce la faremo e di nuovo il suono della vita busserà alle nostre porte.

Ma in questo domani possiamo trovare insieme altre mille rette discontinue da seguire. Ho detto tutto e non ho detto nulla, lo so.

Ma dal nulla ogni cosa può essere generata: tabula rasa. L’umanità è straordinaria, il nostro intelletto trascende spesso la contingenza, l’arte sia la chiave di volta che ci elevi ad una moralità che è nostra ma che non ricordiamo più. Ti sfido ad esser mio compagno, marinai in un mare in tempesta alla ricerca dell’isola che non c’è. Cambiamo il corso della corrente e facciamolo oggi”. (Michele Piramide)

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