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SANNIO

Ente Culturale ‘Nicola Vigliotti’, a San Lorenzello la testimonianza del figlio di Bachelet

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L’Ente Culturale San Lorenzo Martire – “Nicola Vigliotti” – ODV di San Lorenzello ha ospitato ieri sera, nella splendida cornice di Palazzo Massone, Giovanni Bachelet, figlio di Vittorio Bachelet, già Presidente dell’Azione Cattolica Italiana dal 1964 al 1973, e Vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura dal dicembre 1976 al giorno della morte avvenuta il 12 febbraio per mano delle Brigate Rosse, quando a sparare furono Anna Laura Braghetti e Bruno Seghetti.

Ha coordinato l’evento Alessandro Masella, medico e filosofo, nativo di San Lorenzello (Bn); dopo l’indirizzo di saluto di Antimo Lavorgna, sindaco del comune laurentino, di don Donatello Camilli, parroco di San Lorenzello, vi è stato l’intervento introduttivo del presidente dell’Ente Culturale Alfonso Guarino, il quale ha detto che il titolo dell’incontro “Un ventenne negli anni della Costituente” ci invita a riscoprire una stagione irripetibile, quella in cui un giovanissimo Vittorio Bachelet iniziava la sua opera nella formazione intellettuale e nell’impegno civile ed ecclesiale proprio mentre la Repubblica muoveva i suoi primi passi e la Costituzione prendeva forma. Rileggere la sua figura partendo dagli anni della sua giovinezza significa ritrovare le radici profonde del suo rigore morale, della sua devozione alle Istituzioni democratiche e del suo profondo senso del servizio al Paese e alla Chiesa, testimoniati fino all’estremo sacrificio. Non abbandonò mai la militanza nell’Azione Cattolica, fu amico e ammiratore di Aldo Moro.

E’ toccato, quindi, a Giovanni Bachelet ripercorrere le tappe più importanti della vita del padre, ormai a oltre cento anni dalla sua nascita (Roma, 20 febbraio 1926), perché rimangono attualissimi la testimonianza e il messaggio di Vittorio Bachelet. I traguardi per i quali si batté, nella Chiesa e nella Società, sono oggi rimessi in discussione e vanno dalla “scelta religiosa” alla “indipendenza della magistratura”.

<<Uomo di mitezza evangelica, Bachelet diede tutto se stesso nel servizio a cui fu chiamato: familiare, ecclesiale, educativo, politico e istituzionale. Durante la sua presidenza, l’Azione Cattolica Italiana approdò al nuovo Statuto ispirato al rinnovamento conciliare e nel dicembre 1976 fu nominato vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura, in una delle fasi più turbolente della nostra Repubblica. Eppure, mai questi impegni gravosi lo fecero rinunciare all’insegnamento universitario del Diritto amministrativo. Proprio alla Sapienza, dove teneva le sue lezioni, i terroristi delle Brigate Rosse lo uccisero il 12 febbraio 1980.

Papà era un bersaglio facile: anche dopo il rapimento e l’omicidio di Moro, avvenuto nel 1978, aveva rifiutato la scorta che il ministro degli Interni di allora gli aveva offerto. Il Consiglio Superiore della Magistratura era simbolo di legalità e coesione democratica mentre nel Paese gruppi extraparlamentari sempre più aggressivi mettevano in discussione non solo il governo, ma lo stato di diritto in quanto tale. In questo contesto mio padre, vice dell’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini, era insieme a lui e a tutto il CSM la vivente dimostrazione che lo stato democratico non si lasciava intimidire, e i primi processi a carico delle Brigate Rosse non erano state farse borghesi ma rigorosa applicazione della Costituzione. Insomma: negli anni del terrorismo la Magistratura era, simbolicamente, il potere da abbattere. I brigatisti che hanno sparato a mio padre, a Moro e ad altri, erano convinti di arrivare con la rivoluzione armata alla dittatura del proletariato. Però, quando sono state rese note le liste degli appartenenti alla loggia P2, è nato in molti il sospetto che anche altri abbiano tirato le fila. Troppa gente importante era iscritta alla massoneria deviata, dal successore di mio padre al CSM a metà del comitato d’emergenza del rapimento Moro. C’era una convergenza oggettiva di interessi interni e internazionali affinché saltasse il fragile equilibrio che si era creato in Italia fra democristiani e comunisti.

Dopo la sua morte, non volevamo dare l’impressione che ce l’avessimo con lo Stato, con il Parlamento, col Governo. Volevamo chiarire che se papà si era impegnato fino a sacrificare la vita, era perché ci credeva davvero. Quanto al richiamo al perdono, esso fu un modo per opporsi all’istinto naturale della rivalsa. Ci vuole una grande forza educativa della scuola, della cultura, delle religioni per convincere che odio e vendetta portano più danni che benefici>>, questo in sintesi l’intervento di Giovanni Bachelet.

Ha chiuso i lavori il padrone di casa, l’ex-giornalista RAI Luciano Lombardi D’Aquino, nonché presidente onorario dell’Ente Culturale che ha organizzato la manifestazione, il quale negli anni dell’uccisione di Vittorio Bachelet prestatava servizio presso il Quirinale, e proprio in quella veste ha voluto ricordare le parole di Sandro Pertini, allora Presidente della Repubblica: “Questo di Bachelet è il più grave delitto che sia stato consumato in Italia – aprendo la riunione straordinaria del CSM tenuta il pomeriggio del 12 febbraio 1980 -, perché il delitto Moro aveva un carattere politico, mentre quello di oggi è diretto contro le istituzioni, in quanto si è voluto colpire il vertice della magistratura, il vertice del pilastro fondamentale della democrazia”.

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