ECONOMIA
Una farmacia centenaria, l’umanità dietro il bancone, il centro storico tra luci e ombre: Massimo Nardone racconta la sua Benevento
Dalla bombola d’ossigeno portata personalmente a una donna in difficoltà, diventata una storia simbolo di umanità e senso del dovere, alle sfide della sanità e del centro storico. Il titolare della Farmacia Santa Sofia, protagonista dell’Intervista della Domenica di Ntr24, racconta la sua città: «Bisogna investire nell’università, nel turismo e nelle infrastrutture. E soprattutto fare squadra»
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C’è un luogo, nel cuore di Benevento, dove la storia della città incontra ogni giorno le storie delle persone. È la Farmacia Santa Sofia, affacciata sul corso Garibaldi, proprio di fronte al complesso monumentale patrimonio UNESCO. Qui, tra ricette, consigli, richieste di aiuto e piccoli gesti quotidiani, Massimo Nardone e suo fratello Lucio portano avanti una tradizione che ha quasi un secolo di vita. Un’attività storica, acquistata dalla famiglia nella prima metà degli anni Ottanta, che continua ad essere molto più di un esercizio commerciale: è un punto di riferimento per tanti cittadini, un presidio di prossimità, un osservatorio privilegiato sulla città e sui suoi cambiamenti.
È proprio da questo osservatorio speciale che Massimo Nardone, noto e apprezzato per il sorriso, la gentilezza e la competenza professionale, guarda a Benevento. Lo fa con l’affetto di chi vive quotidianamente il centro storico, ma anche con la lucidità di chi ne conosce le difficoltà e non ha paura di indicare ciò che non funziona. È lui il protagonista della nuova puntata de L’Intervista della Domenica di Ntr24, un confronto che attraversa la sanità, il futuro delle farmacie, il progressivo impoverimento del centro storico e le prospettive di sviluppo delle aree interne.
La sua è una storia professionale fatta di continuità e attenzione alle persone. La Farmacia Santa Sofia, attiva nello stesso luogo già prima degli anni Quaranta, è oggi gestita dai fratelli Nardone, con il prezioso contributo della dottoressa Lorella Saviano e del collaboratore Alessandro Gramazio. Da quasi trent’anni, inoltre, la struttura è specializzata nei prodotti per la celiachia e per le altre intolleranze alimentari, un settore nel quale ha maturato esperienza e competenza, diventando un riferimento per tanti cittadini.
Ma c’è un episodio che, più di ogni altro, ha raccontato il modo in cui Massimo Nardone interpreta il proprio mestiere. Era il gennaio 2024 quando la sua storia arrivò sulle cronache nazionali. Una donna, bisognosa di una bombola di ossigeno, si trovava in difficoltà a causa delle restrizioni al traffico nella ZTL del centro storico. Il divieto di transito e un agente della Municipale troppo ligio al dovere le impedivano di raggiungere la farmacia per procurarsi un presidio salva-vita.
Nardone non esitò. Prese fisicamente la bombola, uscì dalla farmacia e percorse centinaia di metri per raggiungere l’automobile della donna, facendosi carico personalmente di risolvere una situazione che rischiava di trasformare una regola amministrativa in un ostacolo alla tutela della salute.
Un gesto semplice, ma dal significato enorme. In poche ore diventò una vicenda di rilievo nazionale, alimentando un acceso dibattito cittadino. Intervennero tutti, tra questi l’Ordine dei Farmacisti e il sindaco Clemente Mastella, che richiamò un principio fondamentale: la tutela della salute, diritto costituzionalmente garantito, deve trovare sempre una risposta concreta, conciliandosi con le esigenze di salvaguardia della zona UNESCO e con il rispetto delle regole. Da quella vicenda scaturì anche una riflessione sulla riorganizzazione dei turni delle farmacie cittadine.
Al di là delle polemiche, resta l’immagine di un farmacista che, davanti a un bisogno concreto, non ha perso tempo a interrogarsi sui confini del proprio ruolo. Ha semplicemente fatto ciò che riteneva giusto. Perché la farmacia, prima ancora che un’attività economica, è un luogo nel quale la dimensione professionale incontra quella umana.
E proprio sul valore della farmacia come presidio sanitario si concentra una parte importante della sua riflessione. Per Nardone, la prossimità non è una novità da inventare, ma una caratteristica che ha sempre contraddistinto la professione. La presenza capillare delle farmacie sul territorio italiano ha rappresentato per decenni un collegamento fondamentale tra lo Stato e i cittadini, soprattutto nei piccoli centri, dove spesso il farmacista ha assolto anche funzioni di primo soccorso.
Oggi, però, anche questo mondo sta cambiando. L’ingresso delle società di capitali e la trasformazione del modello tradizionale rischiano, secondo Nardone, di lasciare per strada alcune peculiarità importanti della professione, mentre la cosiddetta farmacia dei servizi presenta ancora aspetti critici da approfondire.
Una trasformazione che si inserisce in un quadro sanitario più ampio e complesso. La sanità pubblica italiana, storicamente considerata tra i modelli più avanzati nel rapporto tra istituzioni e cittadini, attraversa una fase difficile. «È un modello che per vari motivi non è più sostenibile», osserva Nardone, che intravede una progressiva privatizzazione del sistema. Una prospettiva che impone, a suo giudizio, una particolare attenzione alle fasce più fragili: «È importante che venga assicurato almeno un minimo di assistenza gratuita per le famiglie in difficoltà e i più indigenti».
Parole che restituiscono la preoccupazione di un professionista abituato a confrontarsi quotidianamente con i bisogni delle persone e consapevole di quanto l’accesso alle cure possa incidere sulla qualità della vita.
Ma se la farmacia è una finestra sulla salute dei cittadini, il corso Garibaldi è per Nardone una finestra sulla salute della città. E lo spettacolo che si osserva, accanto alla straordinaria bellezza del patrimonio storico e architettonico, presenta luci e ombre.
«Il nostro centro storico è stupendo, noi ormai siamo quasi assuefatti dalla sua bellezza, dato che lo viviamo ogni giorno», racconta. Sono soprattutto i turisti stranieri, con il loro stupore, a ricordare ai beneventani quanto sia straordinario vivere circondati da tanta storia. Eppure qualcosa si è progressivamente perso. Il rapporto tra i residenti e il centro storico è cambiato, con un impoverimento che, secondo Nardone, riguarda sia la popolazione sia la semplice presenza delle persone nelle strade e nei vicoli.
Il problema, dunque, non è soltanto commerciale o turistico. È prima di tutto demografico e sociale. Un centro storico può essere bellissimo, può ospitare monumenti riconosciuti in tutto il mondo e attirare visitatori, ma senza una comunità che lo abita e lo frequenta rischia di perdere la propria anima.
Per questo Nardone non mette in discussione la pedonalizzazione del corso Garibaldi. «È fuori dubbio che debba rimanere pedonale, non si può tornare indietro». La questione è un’altra: come riportare le persone a viverlo ogni giorno?
La risposta, nella sua visione, non può essere affidata soltanto agli eventi occasionali, alle manifestazioni gastronomiche o alle iniziative di intrattenimento. Servono scelte strutturali, capaci di creare una frequentazione stabile. Occorre portare nel cuore della città uffici comunali e provinciali, aule universitarie, studentati e persino mercati rionali. In altre parole, restituire al centro storico funzioni, servizi e occasioni di incontro.
«Bisogna obbligare le persone a frequentarlo», afferma provocatoriamente, intendendo la necessità di creare condizioni concrete perché il corso torni a essere un luogo vissuto, non soltanto attraversato durante le manifestazioni.
È una riflessione che si allarga inevitabilmente alla prossima stagione amministrativa. In vista delle elezioni comunali della prossima primavera, Nardone indica con chiarezza quelle che considera le priorità per il futuro di Benevento. Al primo posto ci sono le infrastrutture. Una provincia che fatica a collegarsi adeguatamente alla rete autostradale, sostiene, difficilmente potrà diventare attrattiva per nuovi investimenti e opportunità economiche. Ma non basta guardare ai confini cittadini o provinciali. Serve una strategia territoriale più ampia, che coinvolga anche Irpinia e Molise, territori accomunati da criticità e potenzialità spesso simili.
«Bisogna fare squadra con l’Irpinia e con il Molise per una riqualificazione delle aree interne. Parlare con una sola voce ai tavoli che contano è cosa ben diversa dall’andarci ognuno per conto proprio».
Una considerazione che tocca uno dei nodi storici dello sviluppo sannita: la difficoltà di fare sistema e di costruire una rappresentanza territoriale capace di incidere nelle sedi decisionali. Nardone individua inoltre nel cosiddetto napolicentrismo un limite importante alla crescita delle aree interne, che rischiano di essere progressivamente marginalizzate.
Eppure il futuro non è necessariamente scritto. La convinzione che emerge dalle sue parole è che Benevento abbia ancora carte importanti da giocare. Bisogna però saperle valorizzare, puntando sui settori nei quali la città possiede risorse e competenze.
L’università, innanzitutto, da sostenere e potenziare per attrarre studenti e creare nuove opportunità. Poi il turismo culturale, da integrare con quello enogastronomico, un patrimonio che il Sannio può ancora sviluppare in maniera significativa. E infine l’economia innovativa: Nardone suggerisce di incentivare, anche attraverso strumenti fiscali, l’insediamento di società attive nel commercio online e di startup, così da offrire nuove prospettive occupazionali e trattenere le energie più giovani.
È una visione che non si limita alla richiesta di qualche intervento di manutenzione o di nuove manifestazioni. Invoca una strategia complessiva, capace di mettere insieme cultura, università, infrastrutture, commercio e innovazione.
Alla fine dell’intervista, resta il ritratto di un uomo che ha scelto di esercitare la propria professione nel cuore della città e che, da quella posizione, continua a osservare Benevento con partecipazione autentica. Un farmacista che conosce i volti, le abitudini e le necessità dei suoi concittadini, ma anche un cittadino che non si accontenta di celebrare le bellezze del territorio senza interrogarsi sul suo futuro.
La bombola d’ossigeno portata a una donna nel gennaio 2024 racconta forse meglio di tante parole il suo modo di intendere il lavoro: mettere le persone al centro, anche quando questo significa andare oltre la routine e assumersi una responsabilità in prima persona.
Oggi, a distanza di quasi tre anni da quell’episodio, il messaggio di Massimo Nardone si allarga dalla singola persona a un’intera comunità. Perché anche una città, come chi ha bisogno di ossigeno, ha necessità di ritrovare energia per continuare a vivere.
E Benevento, con la sua storia millenaria, le sue bellezze e le sue potenzialità ancora inespresse, ha bisogno soprattutto di questo: nuove idee, scelte coraggiose e una visione condivisa. Perché il centro storico non diventi soltanto la splendida cornice di una città che si svuota, ma torni a essere il cuore pulsante di una comunità viva.




