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Dal San Pio al Sant’Alfonso: ‘Benevento Domani’ smonta l’entusiasmo sui dati Agenas
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“La stampa ha riportato con toni tendenti all’entusiasmo valutazioni che attengono ad alcune aree cliniche dell’A.O. San Pio all’interno del Piano Nazionale Esiti elaborato da Agenas.
Approfondite con interesse ed intensità e con senso di quasi colpevolezza per non aver colto i risultati di una nuova indagine, la risposta alla ricerca è stata però che i dati di riferimento hanno trovato un unico approdo, quelli relativi all’indagine di fine anno 2025 con elaborazione dei dati riferiti a tutto il 2024. È la stessa relazione che ha collocato la Campania tra le ultime Regioni d’Italia per quali-quantità delle prestazioni e il San Pio tra gli ultimi in essa in un’analisi d’insieme”. A dirlo in una nota è l’associazione ‘Benevento Domani’ con il presidente Nicola Boccalone.
“È la stessa relazione – aggiunge la nota – che ha collocato il San Pio, in un cluster fino 700 posti letto, tra gli ultimi posti per numero medio di interventi per sala operatoria pesati per complessità, per indice comparativo di performance, per le percentuali di intervento di tumore alla mammella, tumore al colon e tumore al polmone entro 30 giorni dalla data di prenotazione dell’intervento, come anche per le percentuali di intervento di protesi d’anca entro 180 giorni dalla data di prenotazione dell’intervento, come rivelano i quadri statistici dell’area “accessibilità” di Agenas. È la stessa relazione che ha collocato il San Pio tra i nosocomi con tempi alti di attesa nel rapporto tra entrata e dimissione dal Pronto Soccorso.
È la stessa relazione che attribuisce al San Pio il primato assoluto della percentuale del costo del personale del 56%in rapporto al valore della produzione. Da primato anche il costo medio per giornata di degenza acuzia pesata per complessità (ben € 721), nonché la percentuale del costo di principali servizi appaltati in rapporto alla produzione normalizzata, come rilevano i quadri di sintesi per la “sostenibilità economico-patrimoniale”.
Il totale valore della produzione di prestazioni sanitarie nel 2024 è di € 54.692.109 rispetto ad un valore complessivo di costi di gestione di € 171.974,471. Alti costi per una resa complessivamente insufficiente. Le risorse economiche non mancano. La spesa pro-capite per la medicina ospedaliera è pressoché identica tra un cittadino campano e uno veneto. La differenza sta tutta nella resa: il Veneto primeggia per qualità e quantità dei servizi, mentre la Campania langue negli ultimi posti.
La mobilità sanitaria passiva lo conferma: i campani spendono circa 300 milioni all’anno per curarsi al Nord, in quelli che vengono chiamati “viaggi della speranza”. Un dato che certifica il deficit gestionale della sanità pubblica regionale. Il Sannio partecipa alla spesa con un contributo annuo di circa 20 milioni. Per quanto concerne le aree cliniche che hanno suscitato particolare interesse, come la cardiologia e le chirurgie, la collocazione in fasce medie, testimonia la presenza di professionalità eccellenti riconosciute da tempo dal territorio ma che paradossalmente confermano la presenza di deficit strutturali del sistema nel suo complesso.
Medici eccellenti ed operatori instancabili si trovano spesso a lavorare senza il supporto sistemico adeguato per trasformare la competenza individuale in un servizio sanitario efficiente.
Non è un caso che la cardiologia registri alti volumi di attività, necessitata a fare supplenza per carenza di altre strutture di riferimento sul territorio. Non manca rilevare che le chirurgie hanno, sì, una colorazione positiva, ma sono caratterizzate da un basso volume di operatività come dimostra il livello di utilizzo delle sale operatorie, con non alta complessità degli interventi.
L’ammodernamento di un piano del Padiglione Moscati – che ha suscitato particolari emozioni – rappresenta un obiettivo raggiunto sul piano strutturale che non può che far piacere. Il quadro d’insieme, però, fa capire come sia necessaria una lettura più ampia e sistemica dei dati, supportata da una rielaborazione del sistema dei controlli. Una revisione necessaria se si ricorda che uno dei primi atti della governance regionale di De Luca fu la cancellazione dell’ARSAN, le cui funzioni furono trasferite alla società So.RE.SA., in una logica di concentrazione verticistica. I dati Agenas dimostrano che questo modello non ha funzionato.
In questo scenario della sanità pubblica sannita – prosegue ‘Benevento Domani’ – non può mancare il riferimento alla mancata riattivazione del Presidio di Sant’Agata de’ Goti, anche per l’incidenza dell’assenza di un filtro sul territorio per i casi di emergenza che determina un sovraffollamento nelle attività dei reparti dedicati all’emergenza-urgenza del San Pio. Non sono mai stati chiariti i motivi per cui, a decorrere dal 2019, il famigerato decreto DCA 41/2019 non ha avuto attuazione. Il Decreto 41 aumentava finanche i posti letto del servizio ospedaliero per un numero complessivo di 46, assegnandone 4 alla cardiologia, 10 alla chirurgia generale, 12 alla medicina generale, 10 alla ortopedia e traumatologia, 4 alla terapia intensiva e 6 all’oncologia, oltre a veder confermati i 50 posti di recupero e riabilitazione e lungodegenza, per un totale complessivo di 96 posti letto.
Non sono state mai chiarite le motivazioni per cui le chiare espressioni programmatiche riportate nell’atto aziendale del San Pio e negli atti fondamentali di bilancio 2023/2024 non hanno avuto corso, laddove già nella relazione del DG al bilancio previsionale 2023, a pag. 21, si prende atto dei precetti del Decreto 41, riconoscendone la sua piena attualità, per poi ribadirli nella successiva relazione 2024 a pag. 24,pubblicate nella sezione Amministrazione Trasparente. La previsione tra gli atti fondamentali di bilancio, “in genere”, assicura la sostenibilità economico-finanziaria che, tra l’altro, data la mole di risorse disponibili, non manca per questi ed altri interventi. La mancata e puntuale attuazione del Decreto 41 potrebbe rendere sterile anche l’iniziativa di riattivare il P.S. h24 con reclutamento di giovani medici settantaduenni, chiamati a sostenere turni stressanti e ritmi non certo facili.
Il Sant’Alfonso avrebbe meritato, già dal 2019, almeno una risposta dai protagonisti del tempo, per rispetto delle comunità e allontanare il rischio anatema di Sant’Alfonso”, conclude l’associazione.
