POLITICA
Amministrative, se non esiste il centrodestra non può esistere un solo centrosinistra
A Salerno il centrodestra è spaccato, Pd e Socialisti vanno su De Luca senza simboli e il resto delle forze del campo largo fanno altrettanto su di un altro candidato. Anche ad Avellino il centrodestra va in ordine sparso mentre Sinistra Italiana è in rotta di collisione con gli alleati. In nessuna delle sedici città chiamate al voto a Napoli si rileva un centrosinistra modello Fico o un centrodestra unito
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Il segretario regionale del Partito democratico si chiama Piero De Luca. Il padre, Vincenzo, è candidato nella città di Salerno alla carica di sindaco con il sostegno di una coalizione civica progressista che ad oggi conta sei liste. Il Pd è schierato con lui, ma senza simboli. Le altre forze del cosiddetto campo largo, al netto dei Socialisti anonimi, non sosterranno De Luca ma proveranno a mettere in campo una coalizione civica alternativa, probabilmente sul nome dell’ex Presidente dell’Ordine degli Ingegneri, Armando Zambrano. Tutti insieme contro De Luca, ovviamente senza simboli. E persino con la disponibilità, a quanto pare, di verificare le condizioni per una possibile convergenza con Forza Italia, visto e considerato che il centrodestra, nella città di Salerno come ad Avellino e nel resto delle principali realtà chiamate al voto in Campania, o è spaccato o non esiste.
Restando sul centrosinistra l’altro capoluogo di provincia coinvolto è Avellino. Dove non è in discussione l’unità del centrosinistra, perché Pd, Cinque Stelle, Casa Riformista e Verdi si muovono lungo il medesimo orizzonte e sulla base di un metodo condiviso che restituisce ai dem, forza egemone in città e in provincia, il diritto dovere di indicare la candidatura alla fascia tricolore. Senza veti su eventuali profili civici in grado di allargare. Però a Sinistra Italiana non sta bene, e non sta bene nemmeno a due associazioni nelle quali si ritrovano tanto elementi di spicco di Sinistra Italia a della minoranza dem. La rottura è già nelle cose.
Nell’area metropolitana di Napoli sono sedici i centri coinvolti nella tornata di primavera, tra cui realtà come Portici e San Giorgio a Cremano. In nessuna di queste città si rintraccia il centrosinistra modello Fico, ovunque si rilevano fratture e alleanze spurie, ovunque si fa quel che si può.
Si potrebbe affermare che in Campania lo schema Fico è già saltato, ma sarebbe un errore. La verità è che la pretesa di replicare sui territori il medesimo schema di coalizione è contraria ad ogni logica, non solo perché ogni contesto ha le sue variabili, non solo per il peso che i soggetti di natura civica spesso assumono nella dimensione municipale, ma anche in ragione degli equilibri politici che sui territori si rilevano. A Salerno, come ad Avellino e nell’area metropolitana di Napoli il centrodestra sostanzialmente non esiste, non ha classi dirigenti diffuse, non ha capacità di rappresentanza istituzionale, e questo, evidentemente, favorisce una fisiologica dilatazione dei perimetri del centrosinistra. Le coordinate del quadro politico nazionale perdono di senso sui territori, la scomposizione è inevitabile, il vincolo di coalizione una chimera.



