CULTURA
Quando a Benevento si apriva il sipario dei sogni davanti al ‘Giannone’: i burattini dei Ferraiolo e l’infanzia che vive ancora nelle piazze
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Ci sono ricordi che il tempo non consuma. Restano nascosti da qualche parte dentro di noi, silenziosi, finché un suono, un odore o una voce non li riporta improvvisamente in vita. Per intere generazioni di beneventani, il teatro dei burattini dei Fratelli Ferraiolo è stato questo: un piccolo miracolo capace di spalancare, in un istante, la porta dell’infanzia.
Questa settimana non è la solita Intervista della Domenica, ma è una carezza alla memoria di un over 40 che legge. Un viaggio dentro gli anni più belli, quelli delle estati che sembravano infinite e delle sere di settembre in cui l’aria cambiava lentamente profumo, annunciando il ritorno a scuola. Ed era proprio allora, quasi come per magia, che in piazza Risorgimento – davanti al liceo classico ‘Giannone’ – appariva quel piccolo teatro ambulante. Bastava intravedere il sipario colorato, le sedie rosse sistemate una accanto all’altra, la cassa gracchiante che richiamava il pubblico, e il cuore iniziava a battere più forte.
Si correva. Tutti correvano. Bambini con le ginocchia sbucciate e gli occhi pieni di meraviglia, mamme che sorridevano da lontano, nonni che già conoscevano ogni battuta di Pulcinella ma ridevano ancora come fosse la prima volta. In quei minuti la piazza smetteva di essere una piazza: diventava un mondo sospeso, un luogo dove la fantasia riusciva ancora a vincere sulla realtà.
E poi il sipario si apriva. Pulcinella entrava in scena tra bastonate, urla, lazzi e risate incontenibili. Felice Sciosciammocca, i personaggi della tradizione napoletana, le voci inconfondibili dei burattinai: tutto sembrava provenire da un tempo lontanissimo eppure incredibilmente vicino al cuore di tutti. Perché quello dei Ferraiolo non è mai stato soltanto uno spettacolo. Era un rito collettivo. Un appuntamento dell’anima. Una di quelle cose che ti fanno sentire parte di una comunità, parte di una storia più grande.
Da oltre mezzo secolo Benevento e la famiglia Ferraiolo si cercano e si ritrovano così, estate dopo estate. Prima piazza Risorgimento, poi piazza Castello, piazza Roma, piazza Torre. Cambiano i luoghi, cambiano i volti seduti in platea, cambiano perfino le epoche. Ma non cambia mai quella scintilla negli occhi di chi si ferma davanti a quel teatrino.
Perché davanti ai Ferraiolo succede ancora qualcosa di raro: gli adulti tornano bambini senza nemmeno accorgersene.
Basta guardare le mani dei più piccoli strette allo zucchero filato, le sedie rosse allineate davanti al palco, le marionette di legno e gesso esposte come piccoli tesori per essere acquistate, il brusio della piazza che lentamente si spegne quando il sipario comincia ad aprirsi. In quel momento il tempo sembra fermarsi davvero.
“Cerchiamo di essere originali senza perdere mai il nostro stile”, raccontava qualche anno fa a Ntr24 Mario Ferraiolo, custode di una tradizione familiare che attraversa quattro generazioni. E dentro quella frase c’è tutta la fatica e tutta la bellezza di chi continua a difendere un’arte antica in un mondo che corre troppo veloce.
Dietro quelle voci graffiate, quei pupazzi consumati dalle tournée, quelle scenografie semplici ma piene di vita, si nasconde una storia immensa. Una storia iniziata con Pasquale Ferraiolo, il primo burattinaio della famiglia, ispirato dal leggendario Antonio Petito, il più grande Pulcinella di sempre. Una storia passata attraverso guerre, piazze affollate, teatri popolari e perfino la corte reale. La leggenda racconta che nel 1911 i Ferraiolo furono gli unici burattinai a esibirsi davanti alla Regina Margherita e ai suoi nipoti. E che durante la Prima Guerra Mondiale portarono i loro spettacoli persino sulle navi della flotta italiana, regalando sorrisi ai soldati lontani da casa.
Poi arrivarono gli anni duri. La guerra. La fame. La necessità di reinventarsi per sopravvivere. Ed è lì che la storia dei Ferraiolo si intreccia con un altro simbolo della memoria beneventana: le caramelle veneziane. Dure, lucide, profumate di zucchero e infanzia. “Il mio bisnonno imparò a farle a Venezia durante la Seconda Guerra Mondiale. Girovagando per piazza San Marco conobbe un vecchietto e gli ‘rubò’ il mestiere”, raccontava Mario. Solo acqua e zucchero, senza coloranti né conservanti. Sapori semplici, autentici, capaci ancora oggi di riportarti indietro nel tempo al primo morso.
E come dimenticare lo zucchero filato che si scioglieva sulle dita, il croccante alle mandorle e nocciole, lo stecco caramellato che sembrava enorme nelle mani di un bambino? Sapori che accompagnavano l’attesa dello spettacolo e che oggi appartengono quasi a un’Italia scomparsa. Un’Italia lenta, vera, fatta di piazze piene e serate trascorse insieme.
Oggi il mondo è cambiato. I bambini crescono davanti agli schermi, tra smartphone, videogiochi e tablet. Le piazze fanno più fatica a riempirsi. Lo stupore sembra durare meno. Eppure, nonostante tutto, quando Pulcinella entra in scena accade ancora qualcosa che nessuna tecnologia riuscirà mai a sostituire.
Una risata improvvisa. Gli occhi spalancati di un bambino. Un padre che sorride ricordando sé stesso quarant’anni prima seduto su quelle stesse sedie rosse. Una piazza intera che, per qualche minuto, dimentica la fretta e torna a respirare insieme.
Forse è proprio questo il segreto dei Ferraiolo. Non soltanto conservare una tradizione, ma custodire una parte fragile e preziosa della nostra umanità. Ricordarci che la meraviglia esiste ancora. Che si può ridere senza volgarità. Che una storia può ancora insegnare qualcosa. E che basta un piccolo teatrino illuminato nel cuore della città per far tornare tutti, almeno per una sera, bambini.
Per questo non aspettiamo soltanto uno spettacolo. Aspettiamo un’emozione. Aspettiamo un pezzo della nostra vita che ritorna.



