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Associazioni

Militello: “Il South Working come politica pubblica rivoluzionaria partendo dai presidi di comunità”

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Il South Working, da necessità a opportunità per i giovani ed il Mezzogiorno, è stato il tema dell‘incontro on line promosso dal «Laboratorio per la felicità pubblica» in collaborazione con «BASE Benevento». Un dialogo in videoconferenza con Elena Militello, presidente dell’associazione South Working – Lavorare dal Sud e curatrice del libro recentemente pubblicato: «South Working. Per un futuro sostenibile del lavoro agile in Italia», trasmesso in diretta streaming ieri pomeriggio sulla Pagina Facebook del «Laboratorio per la felicità pubblica». Tra gli interventi, numerosi, anche quello del presidente di Fondazione Con il Sud Carlo Borgomeo intervenuto con un videomessaggio ad inizio del dibattito.

«Il South working ci interessa molto – ha spiegato Ettore Rossi coordinatore del Laboratorio per la felicità pubblica, nella sua introduzione – soprattutto nell’ottica di mettere in campo per il nostro Sannio delle strategie innovative. Ma il primo tema che si pone è come è come i territori si preparano, sotto l’aspetto infrastrutturale e dei servizi per accogliere i south worker. Certamente il lavoro agile, da remoto, non è un fenomeno solo legato alla pandemia, ma diventerà sempre più una realtà strutturale». La Svimez valuta che in questi due anni il South Working abbia interessato circa 100 mila giovani cervelli meridionali rientrati nei propri luoghi di origine.

«Quel giovane che torna a casa, tra i suoi affetti, non genera un vantaggio solo per quella persona – ha sottolineato il presidente Borgomeo – ma anche per la comunità. Pensiamo ad un piccolo centro dove cinque, sei cervelli ritornano a casa e possono sviluppare impresa su quel territorio con le loro intelligenze ed il loro capitale umano. Il risultato potenziale che viene da questa opportunità giustifica un nostro sostegno, come Fondazione, per lo sviluppo del South Working e per questo stiamo lavorando ad un bando per incentivare progetti che mettano assieme l’ospitalità per lo smart working, iniziative culturali e sociali in uno stesso luogo».

Elena Militello ha quindi raccontato la sua esperienza, da ricercatrice universitaria e lavoratrice costretta a lasciare l’Italia, fondatrice e quindi presidente dell’associazione South Working.  

«Quello che abbiamo fatto – ha spiegato – è stato prendere l’esperienza del telelavoro da casa che avevamo affrontato con la pandemia senza una grande preparazione e trasformarla in una proposta di lavoro agile per obiettivi, cicli e fasi da svolgere in spazi terzi che non fossero più né l’ufficio, né la casa, superando l’effetto isolamento, il cosiddetto “effetto grotta”. Abbiamo ripensato le nostre priorità personali. Lavorare dalla nostra terra, mantenendo il nostro lavoro senza sacrificare quindi la nostra carriera. Questo era il nostro obiettivo. Ci siamo organizzati, abbiamo coinvolto amici e colleghi e poi abbiamo dato vita ad una associazione di promozione sociale».  

Il south working, quindi, non solo come una opportunità per ritornare a casa, ma anche come politica pubblica rivoluzionaria partendo dal concetto di presidio di comunità. «Non è solo uno spazio di lavoro confortevole, ma – ha chiarito Elena Militello – anche un luogo per incontrarsi, opportunità di scambio tra chi è rimasto e chi sta tornando. La discussione sui presidi di comunità è nata riflettendo sull’enorme patrimonio immobiliare che i nostri enti locali hanno a disposizione e che risulta o inutilizzato o sottoutilizzato. Sapevamo che in alcuni casi ci sarebbe stato bisogno di interventi importanti, di ristrutturazione e sistemazione, e per questo abbiamo deciso di lasciar stare quegli spazi che presentavano delle criticità e di partire da quello che si poteva già fare, magari semplicemente svuotando stanze piene di beni accatastati, recuperandole e trasformandole con poco in spazi per il lavoro o il post lavoro. Pensiamo che questi luoghi possano essere utilizzati da giovani studenti e per l’alfabetizzazione digitale. L’effetto positivo che abbiamo registrato sui territori non si limita soltanto al consumo, all’iniezione di liquidità da parte di chi viveva fuori ed è ritornato, ma anche e soprattutto nel mettere in circolo capitale umano. Fondamentale è il rapporto con la comunità. Da un lato stimolando l’attivazione di nuove iniziative imprenditoriali. Dall’altro favorendo la nascita di nuove realtà di volontariato sul territorio. E partecipando a migliorare la vita culturale dei nostri comuni. Restituendo così, sul proprio territorio di provenienza, quanto si è imparato altrove, partecipando al miglioramento della situazione locale».

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