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POLITICA

Lotta alla violenza sulle donne, Pepe (Pd): ‘La sfida è inserire percorsi educativi nelle scuole’

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La lotta alla violenza di genere deve partire dalla formazione e dall’educazione già dia primi anni di vita, inserendo percorsi di educazione sentimentale e di genere nelle scuole.

E’ questo, in sintesi, ciò che sostiene la coordinatrice della segreteria del Pd di Benevento, Antonella Pepe, in vista della giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne che si celebre il 25 novembre.

Una sfida educativa e culturale, insomma, considerato che il fenomeno della violenza di genere è, soprattutto, un fenomeno culturale, inteso come insieme di atteggiamenti e comportamenti appresi nel conteso in cui si vive.

Di seguito la lunga nota della piddina Pepe:

“In Italia, ogni tre giorni una donna viene uccisa. Il numero di vittime di molestie e violenza di genere nelle mura domestiche fa gelare i polsi già solo a considerare i dati che abbiamo in possesso. Un fenomeno tanto meschino quanto diffuso in maniera capillare nel nostro Paese e che interessa tutti gli strati della società.

Questo 25 novembre, giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne, sarà diverso da quelli che siamo stati abituati a celebrare ma, allo stesso tempo, assume un valore ancora più importante. Le misure restrittive messe in campo per contenere il contagio hanno ulteriormente inasprito la condizione di migliaia di donne, costrette a rimanere in casa con i propri aguzzini.

Il rischio che spesso si corre in queste occasioni è ridurre la violenza di genere a mero atto criminoso da combattere insegnando alle donne come tenersi a distanza da un uomo violento, come riconoscerne i tratti, insomma, come salvarsi la vita.

La questione di genere ha senza dubbio un doppio filo: da un lato la disparità nell’accesso alla vita pubblica, nelle professioni e nelle retribuzioni, dall’altro quello strisciante e becero di una cultura patriarcale che assegna ruoli e funzioni.

Nel mondo che ci vuole sempre disponibili, senza orari, costantemente performanti, le donne cadono molto più facilmente nella spirale dell’esclusione, la marginalità e la dipendenza. La stessa lotta alla violenza passa da questi assunti, supportando le vittime e rompere il circolo vizioso della dipendenza economica.

Tuttavia, la violenza di genere è, innanzitutto, un fenomeno profondamente culturale. Potremmo addirittura dire che più è forte la rivendicazione della libertà di scelta della donna, maggiore è la manifestazione della violenza – non è un caso che gran parte delle vittime sono quelle donne che hanno scelto di non sottostare, di liberarsi dal circolo vizioso del potere esercitato ai danni della propria persona – maggiori sono i progressi in termini di libertà e diritti riconosciuti alle donne, maggiore è il meccanismo di autodifesa e di autoconservazione del cosiddetto “sesso forte”, l’esigenza, dello stesso, di ripristinare il controllo ed il potere.

L’escalation di violenza nei confronti delle donne poggia su una matrice profondamente culturale che assume i tratti di una vera e propria emergenza nazionale.

Pregiudizio e segregazione caratterizzano una crescente cultura misogina che vede nella libertà di scelta delle donne una minaccia ad un modello di società che nella definizione di ruoli e funzioni (madre, moglie, donna di casa) esorcizza paure e insicurezze.

Basti pensare alle parole che troppo spesso vengono spese per raccontare una violenza, “se l’è cercata”, “era ubriaca”, “indossava una minigonna”, “che ci faceva alle tre di notte in giro” e così via. Donne vittime di violenza e vittime di un giudizio sociale che fa più male dei lividi sul corpo.

Oggi più di ieri occorre una risposta collettiva forte che veda insieme donne e uomini e metta al centro l’educazione sentimentale e di genere, che educhi i più piccoli e le più piccole alla reciprocità, al rispetto della libertà, al rifiuto e al fallimento.

Occorre rompere quella spirale di presunta moralizzazione ed imposizione che assegna ruoli definiti, dove una donna che non sceglie la maternità è una donna di serie B e una donna che sceglie di essere madre e coltiva i propri interessi e le proprie ambizione non è all’altezza della maternità; una donna che vive la propria libertà relazionale e sessuale è una poco di buono; una donna che manifesta se stessa, che si esprime nella propria creatività, che avanza nel mondo del lavoro lo deve ad altre ragioni e non alla propria costanza. Insomma, dobbiamo innanzitutto sradicare la cultura maschilista e misogina che pervade il nostro Paese.

Inserire percorsi educativi di genere nelle scuole dalla primissima età aiuterebbe a rendere sempre più socialmente condivisi concetti come la libertà di espressione, la corresponsabilità, la parità dei sessi nei tempi di vita e professionali, la differenza come valore e motore delle scelte.

Ed è questa la sfida che deve necessariamente assumersi una società moderna, giusta e solidale, che coinvolga le donne ma, soprattutto, gli uomini. Ed è anche l’impegno per celebrare al meglio questo 25 novembre.”

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