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CRONACA

Dalle ‘scorciatoie’ al ‘sistema’: l’inchiesta Santamaria allarga il perimetro e scuote Palazzo Mosti

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Una pratica che non si muove. Un’autorizzazione che tarda. Un pagamento che dovrebbe arrivare prima. Un concorso. Un incarico professionale. Un appalto. Oggetti diversi, procedure diverse, interlocutori diversi. Ma, secondo la ricostruzione della Procura di Benevento, un elemento che tornerebbe con una frequenza tale da avere trasformato singoli episodi in una trama più ampia: il denaro come presunta contropartita per intervenire sul funzionamento della macchina amministrativa. È questo il punto che consente di leggere l’inchiesta nata attorno alle dichiarazioni dell’ex dirigente comunale Santamaria – arrestato a marzo scorso con l’accusa di concussione – non più soltanto come una sequenza di episodi separati, ma come un’indagine che progressivamente ha allargato il proprio perimetro. Al centro del terremoto giudiziario resta Palazzo Mosti.

Le presunte scorciatoie

La fotografia restituita dall’ipotesi accusatoria è quella di una pubblica amministrazione nella quale, in alcuni casi, una procedura avrebbe avuto — secondo gli investigatori — un prezzo. Nelle contestazioni compaiono pratiche edilizie, lavori pubblici, affidamenti, incarichi professionali, assunzioni e rapporti con cooperative.

In un capitolo dell’indagine vengono ricostruite diverse procedure edilizie che, secondo la Procura, sarebbero rimaste ferme o avrebbero subito ritardi legati a omissioni, richieste di integrazione o altri passaggi amministrativi. La somma complessivamente richiesta, secondo l’accusa, sarebbe stata di circa 80 mila euro, con quattro consegne di denaro per complessivi 10 mila euro.

Il meccanismo ipotizzato dagli inquirenti torna anche nei lavori pubblici. Per gli interventi sull’ex scuola San Modesto, dal valore superiore ai 3,6 milioni di euro, la Procura contesta una presunta richiesta del 5 per cento, pari a circa 181 mila euro. Nell’ipotesi accusatoria, la somma sarebbe stata destinata a più soggetti e una parte sarebbe stata effettivamente consegnata attraverso più pagamenti.

Un’altra vicenda riguarda lavori per circa 2,1 milioni di euro, rispetto ai quali sarebbe stata ipotizzata una percentuale del 5 per cento. Anche in questo caso gli investigatori contestano il pagamento di alcune somme.

Sono numeri e circostanze che, da soli, dovranno essere sottoposti alla verifica giudiziaria. Ma è la loro ripetizione a rappresentare uno degli elementi centrali dell’inchiesta.

Il posto di lavoro come presunta contropartita

Il quadro si amplia ulteriormente quando dalle opere pubbliche si passa alle assunzioni. Secondo la Procura, sarebbero state richieste somme di denaro in relazione a procedure di reclutamento del personale comunale: 20 mila euro per una assunzione attraverso lo scorrimento di una graduatoria della polizia municipale; 30 mila euro per un istruttore amministrativo, con pagamenti in più tranche; altri 30 mila euro per un assistente sociale.

In un ulteriore episodio viene ipotizzata una somma di 45mila euro, della quale 25 mila sarebbero state versate.

Anche qui il dato investigativo non riguarda soltanto l’entità delle somme. È soprattutto la natura della presunta contropartita a interrogare il funzionamento dell’amministrazione: un posto di lavoro, secondo l’ipotesi accusatoria, sarebbe diventato il risultato da ottenere attraverso un pagamento. Una contestazione che, se confermata, avrebbe una portata diversa dal singolo episodio perché investirebbe direttamente uno dei principi più delicati dell’amministrazione pubblica: l’imparzialità delle procedure di selezione. Ma, allo stato, si tratta di ipotesi investigative e non di responsabilità definitivamente accertate.

Appalti, incarichi e “buoni uffici”

Il presunto meccanismo non si fermerebbe alle assunzioni. Nelle carte richiamate dalla Procura compaiono anche incarichi professionali. In particolare, vengono contestate somme collegate a due incarichi di verifica, per importi rispettivamente indicati in 40 mila e 27.282 euro. Per quest’ultimo incarico, secondo l’accusa, sarebbero stati effettuati più pagamenti.

C’è poi la vicenda di una cooperativa che avrebbe ricevuto finanziamenti pubblici per oltre 1,1 milioni di euro. Secondo la ricostruzione accusatoria, sarebbe stata promessa una somma di circa 114.856 euro in cambio di quelli che vengono descritti come “buoni uffici” nei rapporti con il Comune: dagli inviti alle procedure alla co-progettazione, fino alla velocizzazione dei pagamenti.

È una delle parti dell’inchiesta nelle quali il tema della presunta scorciatoia assume una forma particolarmente evidente: non soltanto ottenere un provvedimento, ma — secondo l’ipotesi della Procura — ottenere un rapporto privilegiato con l’amministrazione.

Tra i nomi emersi oggi c’è quello di Renato Parente, presidente del Consiglio comunale di Benevento, oltre a dirigenti dell’amministrazione comunale: alle già note Moretti e Matticoli, si aggiunge anche Maurizio Perlingieri.

Il coinvolgimento nell’indagine, è bene precisarlo, non equivale a una responsabilità e non significa che le ipotesi contestate siano state accertate. Non risultano, allo stato indicato, misure cautelari nei confronti degli indagati.

Ma sul piano giornalistico il dato è significativo: l’inchiesta non appare più circoscritta a un rapporto tra un singolo dirigente e alcuni interlocutori esterni. Il perimetro comprende ora una pluralità di soggetti e di relazioni che dovranno essere ricostruite, verificate e, per quanto riguarda le singole posizioni, eventualmente ridimensionate o confermate nel corso del procedimento.

Un ulteriore salto di scala riguarda i progetti sul dissesto idrogeologico. Secondo la Procura, il meccanismo contestato sarebbe stato replicato in diversi incarichi distribuiti anche sul territorio provinciale e nell’area del Taburno.

Le cifre riportate nell’inchiesta sono rilevanti: incarichi da 400 mila, 256 mila, 62 mila, 200 mila e 250 mila euro, con una presunta formula che prevedeva la sottrazione di una quota per le spese e la successiva ripartizione della parte restante tra progettisti e presunti facilitatori.

È un altro passaggio importante perché sposta la prospettiva: dalla singola amministrazione comunale a una rete di rapporti professionali e amministrativi che, secondo l’ipotesi investigativa, avrebbe avuto una dimensione territoriale più ampia.

E poi c’è la politica

Il capitolo più delicato è quello che porta l’inchiesta sul terreno del finanziamento politico.

La Procura contesta il versamento da parte di un imprenditore fortorino di 50 mila euro in contanti che, secondo l’ipotesi accusatoria, sarebbero stati destinati alle spese elettorali di Noi di Centro nell’agosto 2024.

Se confermata, la vicenda introdurrebbe nel fascicolo anche l’ipotesi di violazione della normativa sul finanziamento ai partiti. Accuse pesanti per le quali il leader del partito, il sindaco Clemente Mastella, si è già espresso in una nota: “Leggo, altresì, di una presunta donazione per spese elettorali al partito Noi di Centro, mai né richiesta né ricevuta. Se qualcuno ha intascato davvero tali somme lo ha fatto a titolo esclusivamente personale, in modo evidentemente illecito”. 

Una sequenza che ora dovrà essere verificata

Il vero interrogativo posto dall’inchiesta non è soltanto quanto denaro sarebbe stato movimentato. È se episodi diversi — una pratica edilizia, un appalto, un’assunzione, un incarico professionale, un rapporto con una cooperativa, un progetto sul dissesto — siano davvero riconducibili a un medesimo schema oppure se, al contrario, il procedimento finirà per restituire una realtà più frammentata rispetto alla ricostruzione iniziale della Procura.

È questa la verifica che ora si apre. La Procura legge nelle contestazioni una possibile serialità: cambiano gli importi, cambiano gli interlocutori, cambia l’oggetto della richiesta, ma tornerebbe la presunta disponibilità di denaro come strumento per ottenere un intervento sulla macchina amministrativa. La difesa degli indagati avrà invece il compito di contestare questa ricostruzione e di dimostrare, per le singole posizioni, l’eventuale estraneità ai fatti contestati.

Il prossimo passaggio è quello davanti al Gip, chiamato a valutare anche l’eventuale incidente probatorio sulle dichiarazioni di Santamaria. In quella sede, se disposto, le dichiarazioni saranno sottoposte al contraddittorio con le difese. È lì che la vicenda entrerà in una fase diversa.

Perché un conto è la forza narrativa di una ricostruzione investigativa fatta di numeri, percentuali, consegne di denaro e rapporti tra persone. Altro conto sarà la sua tenuta davanti al giudice.

Per ora resta un’inchiesta che ha allargato progressivamente il proprio raggio: dall’arresto di Santamaria ben sei mesi fa ad una rete di rapporti che arriva agli appalti, alle assunzioni, agli incarichi professionali, ai Comuni della provincia e, secondo l’accusa, anche alla politica.

Il punto centrale, adesso, sarà capire quali di questi collegamenti troveranno conferma nelle prove e quali, invece, non supereranno il vaglio del contraddittorio.

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