Connettiti con noi
Annuncio
Annuncio
Annuncio
Annuncio
Annuncio
Annuncio
Annuncio

Fortore

Premiati i vincitori della 26^ Biennale di pittura di Baselice

Pubblicato

su

Ascolta la lettura dell'articolo

La XXVI Biennale di Pittura non è soltanto una rassegna d’arte. È il racconto ostinato di un paese che, invece di arrendersi al silenzio delle aree interne, sceglie ancora una volta di riempirlo di colori, musica, volti e bellezza.

Purtroppo assistiamo a paesi che lentamente scompaiono. Non fanno rumore quando accade. Scompaiono piano. Prima parte qualcuno. Poi un altro. Chiude un negozio, poi un bar. Una casa resta vuota. Una finestra non si illumina più. I bambini diminuiscono, i giovani fanno le valigie, gli anziani diventano custodi di una memoria che nessuno sembra avere più il tempo di ascoltare.

Alla fine rimangono le pietre. E le fotografie. Quelle fotografie belle, bellissime, che raccontano il borgo antico, il tramonto, il vicolo, la facciata di un palazzo. Fotografie perfette per convincere il mondo che quel paese esiste ancora.

Ma un paese non è una fotografia. Un paese è una voce. È una porta che si apre. È qualcuno che torna. È qualcuno che arriva. È una piazza piena. È un bambino che corre. È un artista che pianta un cavalletto in mezzo alla strada e decide che proprio lì, in quel luogo che qualcuno avrebbe definito periferico, vale la pena fermare il tempo.

Ecco Baselice. Un paese che il tempo vorrebbe relegare ai margini e che, invece, da cinquantuno anni, gli risponde con l’arte.

La XXVI Biennale di Pittura di Baselice si è chiusa con il botto. Ma forse “botto” è una parola persino troppo piccola. Perché ciò che è accaduto non è stato semplicemente il successo di una manifestazione.

È stato un piccolo terremoto culturale. Oltre sessanta opere esposte. Trentadue pittori provenienti da tutta Italia. Oltre quaranta riconoscimenti popolari. Tre vincitori per la sezione estemporanea. Tre per le opere da studio. Una giuria di altissimo profilo. Un pubblico straordinario. La musica. Il teatro della parola. La memoria. Le istituzioni. Gli organizzatori.

E, soprattutto, un paese intero che per una sera ha deciso di guardarsi allo specchio e di non avere paura di ciò che vedeva.

La pittura arriva dove il mercato non arriva. C’è qualcosa di profondamente poetico, e allo stesso tempo terribilmente politico, nell’idea di una Biennale di pittura in un piccolo paese del Fortore.

Perché la pittura non chiede il permesso alla geografia. Non conosce periferie. Non sa cosa sia un capoluogo e cosa sia una contrada. Un quadro non ha bisogno di autostrade. Ha bisogno di occhi.

E Baselice, per qualche giorno, è diventata questo: un gigantesco paio di occhi puntati sul proprio territorio. I pittori sono arrivati. Hanno camminato. Hanno osservato. Hanno scelto un angolo, una casa, un volto, una prospettiva. E poi hanno fatto la cosa più semplice e più rivoluzionaria del mondo: hanno guardato. Guardare davvero è diventato quasi un atto sovversivo. Perché ci abituiamo talmente tanto ai luoghi in cui viviamo da non vederli più.

L’artista rompe questa anestesia. Prende ciò che abbiamo davanti tutti i giorni e lo restituisce diverso. Una pietra diventa memoria. Una finestra diventa attesa. Una strada diventa viaggio. Un muro diventa ferita. Un paesaggio diventa nostalgia.

E improvvisamente Baselice non è più soltanto Baselice. È una storia. Trentadue artisti, sessanta opere e una comunità intera davanti alla tela. I numeri raccontano una parte della storia. Più di sessanta opere. Trentadue pittori. Più di quaranta premi popolari. Sono numeri che certificano la dimensione raggiunta dalla manifestazione. Ma c’è un numero che nessun catalogo può registrare.

Quante persone, quella sera, hanno sentito di appartenere ancora a qualcosa? È questo il dato invisibile. Il più importante. Perché l’arte, nei piccoli centri, non è soltanto esposizione. È aggregazione. È riconoscimento. È identità. È la possibilità di dire: “Siamo ancora qui”. E allora quei quaranta e più premi popolari assumono un significato che va oltre la competizione. Significano che la pittura è uscita dalle mani dei critici ed è tornata alla gente.

La gente ha guardato. Ha scelto. Ha discusso. Ha preferito. Ha applaudito. Ha partecipato. E quando una comunità partecipa, quella comunità non è morta. Può essere stanca. Può essere fragile. Può avere paura. Ma è viva.

I nomi dei vincitori e la dignità della competizione. Nella sezione dedicata all’estemporanea il primo premio è andato a Rocco Regina, seguito da Antonio Civitarese, secondo classificato, e Concetta Daidone, terza.

Per la categoria opere da studio, il terzo posto è stato conquistato da Antonio Altieri, il secondo da Franco Susta, mentre il primo premio è andato a Maria Pia Ricciardi. Sei nomi scritti sul podio. Sei storie artistiche differenti. Sei modi di interpretare la realtà. Ma la vera vittoria, questa volta, non può essere misurata soltanto dalla classifica. Perché quando trentadue artisti arrivano in un piccolo paese italiano e decidono di confrontarsi davanti a un pubblico, il risultato è già una vittoria.

Per l’arte. Per il territorio. Per la comunità. Per la possibilità, ancora viva, di incontrarsi senza che tutto debba necessariamente passare attraverso uno schermo.

Una giuria che ha dato peso alla Biennale. A presiedere la giuria è stata la professoressa Rossella Del Prete, presidente della Fondazione Benevento Città Spettacolo. Una presenza che racconta la volontà di una manifestazione di non accontentarsi della propria storia, ma di continuare a costruire qualità.

Accanto a lei, Lucia Iannucci, editore storico di riviste dedicate al turismo, Serenella Sestito e una pluralità di competenze chiamate a giudicare le opere. Ma quest’anno la giuria aveva anche un’assenza. Una di quelle assenze che, paradossalmente, riempiono una stanza. Saverio Simi De Burgis. Il suo ricordo è entrato nella serata come entra la luce da una finestra rimasta socchiusa.

Non si vede subito. Ma c’è. E resta. Perché ogni manifestazione culturale ha una memoria fatta di persone. Di chi ha iniziato. Di chi ha continuato. Di chi ha lasciato un’impronta. Di chi non c’è più, ma continua a essere chiamato per nome. La cultura, in fondo, è anche questo: rifiutarsi di dimenticare.

Palazzo Lembo: quando un palazzo diventa un teatro

Poi è arrivata la notte. E il giardino pensile di Palazzo Lembo ha cambiato pelle. La folla lo ha riempito. Le sedie non bastavano. Le voci si accavallavano. Le persone arrivavano.

E per qualche ora quel luogo antico ha smesso di appartenere alla storia per appartenere al presente. Maurizio Varriano ha condotto la serata trasformando la premiazione in qualcosa di più ampio. Non una semplice consegna di riconoscimenti. Uno spettacolo.

E poi Lino Rufo. Poi Gennaro De Crescenzo. La musica napoletana. I brani propri. Le voci. Le emozioni. Una sorta di purpuree musicale capace di attraversare la platea e mescolare generazioni, memoria e contemporaneità. Napoli è arrivata a Baselice. E Baselice, per una sera, è diventata Napoli e Fortore insieme. Questo fa la cultura quando funziona davvero. Non divide. Contamina.

Le istituzioni ci sono. Ma la cultura non nasce nei palazzi. C’erano il sindaco Massimo Maddalena, l’intero Consiglio comunale e le istituzioni. C’erano Clemente Mastella, Antonio Pecchia, Micaela Fanelli e Felice Casucci. Presenze importanti che hanno dato lustro e soprattutto posto loro delle domande spesso dettate dal silenzio. Ma sarebbe ingiusto raccontare questa storia come se una manifestazione del genere fosse il risultato della sola presenza istituzionale. Perché la cultura, nei piccoli paesi, nasce spesso molto più in basso. Nasce dalle persone. Da chi organizza. Da chi telefona. Da chi convince. Da chi cerca finanziamenti. Da chi monta una mostra. Da chi accompagna un artista. Da chi apre una porta. Da chi, dopo cinquant’anni, continua a dire: “Facciamola anche quest’anno.”

E allora bisogna pronunciare quei nomi. Artemusa APS, Ente del Terzo Settore impegnato nel mondo culturale. L’AGB. E quella generazione di giovani baselicesi che allora era giovane davvero e che ha trovato in Enzo Cocca uno dei propri punti di riferimento.

Cinquantuno anni non sono un anniversario. Sono una resistenza. Perché mantenere viva una manifestazione per mezzo secolo, in un territorio fragile, significa aver sconfitto decine di volte la tentazione di mollare.

Il denaro, quando diventa cultura, smette di essere soltanto denaro. Ci sono poi gli sponsor. Enel. IVPC. Il sostegno della Regione Campania. Nomi che permettono alla macchina organizzativa di respirare e di guardare oltre la singola edizione. Perché la cultura ha bisogno anche di risorse. Dire il contrario sarebbe ipocrisia.

Un catalogo non si stampa con la poesia. Una mostra non si allestisce con i buoni sentimenti. Un artista deve poter essere accolto. Un progetto deve poter essere prodotto. Un archivio deve poter essere conservato. E proprio il catalogo previsto per il prossimo ottobre, con le fotografie della bravissima fotografa baselicese Maria Pia, sarà la memoria concreta di questa edizione.

La Regione riconosce la longevità. Ma la sfida è molto più grande

Il recente inserimento della Biennale nel registro delle manifestazioni riconosciute dalla Regione Campania per longevità e qualità rappresenta un risultato importante. Ma c’è una questione che nessun riconoscimento amministrativo può risolvere.

Lo spopolamento. Ed è qui che bisogna smettere di raccontare favole. Una Biennale non salva un paese. Un concerto non salva un paese. Un evento non salva un paese. Nemmeno cento eventi. Un territorio vive se ci sono lavoro, servizi, scuola, sanità, mobilità, connessioni, opportunità. Ma la cultura può fare qualcosa che viene prima. Può impedire che un paese venga considerato già morto. Può restituirgli dignità. Può farlo conoscere. Può generare relazioni. Può creare desiderio. Può convincere qualcuno a tornare. Può far venire qualcun altro. Può dire ai ragazzi che sono partiti: guardate che qui sta succedendo qualcosa. E in un’epoca in cui tanti piccoli comuni vengono raccontati soltanto attraverso ciò che hanno perso, non è affatto poco.

Baselice non vuole essere salvata

Forse è questa la differenza. Baselice non dovrebbe chiedere di essere “salvata”. Dovrebbe pretendere di essere riconosciuta come luogo capace di produrre cultura. Di immaginare futuro. Il vero quadro è il paese. Alla fine, forse, bisogna tornare alla pittura. Perché tutto è cominciato da lì. Da una tela bianca. Da un pennello. Da un artista davanti a un paese. E allora viene da chiedersi quale sia stata davvero l’opera più importante della XXVI Biennale. Forse quella vincitrice. O forse no. Forse l’opera più importante è stata Baselice stessa. Un paese che ha capito una cosa terribile e bellissima: contro lo spopolamento non basta restare. Bisogna avere qualcosa per cui valga la pena restare. La cultura non è la soluzione a tutto. Ma è una ragione.

E allora il sipario può scendere

La XXVI Biennale può chiudere. I quadri torneranno a casa. E Baselice tornerà alla sua quotidianità. Ma qualcosa resterà. Resterà nelle fotografie di Maria Pia. Resterà nel catalogo di ottobre. Resterà negli occhi di chi è venuto da lontano. Resterà nel ricordo di Saverio Simi De Burgis. Resterà nella voce di chi, tornando a casa, dirà: “A Baselice c’era una cosa bella.”

Ed è proprio qui che bisogna essere un po’ corrosivi. Mentre si compilano strategie contro lo spopolamento, qualcuno ha riempito un giardino pensile. Mentre si parla di aree interne come di un problema statistico, trentadue artisti hanno attraversato l’Italia per arrivare qui. Mentre il tempo sembra lavorare contro questi paesi, Baselice ha deciso di lavorare contro il tempo. E forse è questa la fotografia più vera della XXVI Biennale. Non arrendersi all’idea che il proprio futuro debba essere scritto da qualcun altro. La Biennale finisce. Baselice no. E forse è proprio questo, alla fine, il suo capolavoro. Avere ancora qualcosa da dipingere.

Annuncio

Correlati

redazione 2 settimane fa

Il sannita Volpone tra i protagonisti del Focus Festival – Aurunci Photo Festival

redazione 2 settimane fa

Il Sannio diventa una tela: pittori americani tra borghi, paesaggi e luce italiana

redazione 2 settimane fa

Baselice, 51 anni di Biennale: quando la cultura diventa una storia di comunità

redazione 2 settimane fa

Baselice, il Comune punta sulla tutela del dialetto: dizionari baselicese-italiano nelle scuole e in biblioteca

Dall'autore

redazione 2 minuti fa

Scuola, il messaggio dell’Arcivescovo di Benevento per il nuovo anno: «Siate seminatori di speranza»

redazione 17 minuti fa

Trasporti: AIR Campania, piano regionale da 4200 corse al giorno. Oltre 1500 le scolastiche per la ripresa delle attività didattiche

redazione 32 minuti fa

Dalle radici del Sannio al mondo: nasce la Secondaria di primo grado della SIS

redazione 1 ora fa

Unimpresa: “Benevento soffoca il commercio con le strisce blu. In una città che perde abitanti e negozi, vanno ridotte fino all’eliminazione”

Primo piano

redazione 2 minuti fa

Scuola, il messaggio dell’Arcivescovo di Benevento per il nuovo anno: «Siate seminatori di speranza»

redazione 17 minuti fa

Trasporti: AIR Campania, piano regionale da 4200 corse al giorno. Oltre 1500 le scolastiche per la ripresa delle attività didattiche

redazione 32 minuti fa

Dalle radici del Sannio al mondo: nasce la Secondaria di primo grado della SIS

redazione 1 ora fa

Unimpresa: “Benevento soffoca il commercio con le strisce blu. In una città che perde abitanti e negozi, vanno ridotte fino all’eliminazione”

Copyright © 2023 Intelligentia S.r.l.

Skip to content