CULTURA
L’ex assessore Aversano e la passione per l’archeologia: ‘Benevento ha un tesoro egizio unico. Ora facciamone il motore del turismo’
Dall’Iseo perduto al futuro Museo Egizio, la sfida di una città che potrebbe riscoprire una delle sue identità più sorprendenti. L’ex assessore: «A parte Roma, nessun altro centro conserva una quantità e una qualità di testimonianze isiache paragonabili alle nostre». E sul possibile ritorno in politica: «Se ci saranno le condizioni, la mia disponibilità per Benevento ci sarà sempre»
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C’è una Benevento che conosciamo bene e una Benevento che, forse, dobbiamo ancora imparare a conoscere. È quella degli obelischi, delle divinità egizie, dei sacerdoti, del granito rosa e di un tempio monumentale voluto dall’imperatore Domiziano. Una città che per secoli rappresentò uno dei più importanti centri di diffusione del culto isiaco nel mondo romano e che oggi potrebbe trasformare quella straordinaria eredità in una nuova occasione di sviluppo culturale e turistico. A riportare l’attenzione su questa pagina affascinante della storia sannita è stato Marcellino Aversano, autore lo scorso anno de L’Iseo perduto di Benevento, un volume che ricostruisce il viaggio del culto di Iside dall’Egitto fino al cuore del Sannio. Laureato in Conservazione dei Beni Culturali con indirizzo archeologico, Aversano ha da sempre coltivato una particolare passione per la storia e per i reperti del territorio. Una passione che si è intrecciata anche con l’esperienza amministrativa: in passato consigliere comunale a Palazzo Mosti e assessore all’Urbanistica nella Giunta Pepe, oggi è dipendente di Sannio Europa, la società partecipata provinciale impegnata, tra l’altro, nella gestione della rete museale della Rocca dei Rettori.
Con lui abbiamo parlato di Iside e dell’antica Benevento, ma anche del futuro Museo Egizio, delle prospettive turistiche della città, dello spopolamento, delle infrastrutture e, inevitabilmente, della politica. Fino ad arrivare a un terreno molto più personale: quello della musica e del suo legame con Peppino Di Capri, recentemente scomparso.
Aversano, partiamo dal suo libro. Qual è stata la scoperta che più l’ha colpita durante le sue ricerche e che vorrebbe fosse conosciuta da ogni beneventano?
«Ciò che più affascina – e che spero ogni beneventano possa far proprio con orgoglio – è la straordinaria completezza e specificità del tempio voluto dall’imperatore Domiziano. Benevento non fu semplicemente una città che ospitò un piccolo culto d’importazione: fu il cuore propulsore di una sintesi religiosa e politica tra Roma, l’Egitto e il Sannio. Durante le ricerche, l’elemento più emozionante è stato ricomporre la trama di come sculture in granito rosa, obelischi e rilievi isiaci di altissima fattura imperiale siano giunti fin qui, fondendosi con l’identità locale. Scoprire come questa città sia stata considerata per secoli un vero e proprio punto di riferimento del culto egizio in Occidente è un dato storico e culturale che merita di diventare patrimonio di memoria condivisa per tutta la nostra comunità».
Lei sostiene che Benevento, per quantità e importanza delle testimonianze, possa essere considerata il secondo centro egizio al di fuori dell’Egitto, dopo Roma. Su cosa si fonda questa convinzione?
«Sul dato scientifico e archeologico. A parte Roma, nessun’altra città al di fuori dei confini egiziani conserva una quantità e una qualità di reperti isiaci – sculture in granito, divinità, sacerdoti, imperatori e obelischi di epoca flavia – pari a quella emersa a Benevento. Il tempio voluto da Domiziano era un monumento di un’imponenza straordinaria. Eppure questa eredità non ha ancora espresso tutto il suo potenziale. Spesso è mancata una promozione sistemica su scala internazionale e un inserimento strutturato all’interno dei grandi circuiti turistici e scientifici globali. C’è poi un altro problema, più sottile: quando si convive quotidianamente con una tale abbondanza di storia, si rischia di darla per scontata. La sfida oggi è far compiere a questo patrimonio il definitivo salto di qualità sul piano della fruizione, dell’attrattività e della visibilità comunicativa».
Il suo libro arriva in un momento particolarmente importante, anche in vista del futuro Museo Egizio di Benevento. Quali ricadute potrebbe avere sulla città?
«Il potenziale di attrazione è straordinario. Un Museo Egizio può inserire Benevento in rotte turistiche internazionali finora inesplorate, con ricadute dirette sull’economia locale, dal commercio alla ricettività. Ma dobbiamo evitare che il museo rimanga semplicemente un nuovo spazio espositivo. Deve diventare una porta d’ingresso verso l’intera città e verso il Sannio. Serve una visione d’insieme: itinerari integrati con gli altri siti storici e museali, partnership con università e istituti scientifici per farne un centro di ricerca vivo, eventi e attività didattiche capaci di generare flussi turistici durante tutto l’anno. Il museo deve essere il punto di partenza di un progetto territoriale, non il punto di arrivo».
Come si trasforma, dunque, un patrimonio archeologico ancora poco conosciuto in un prodotto turistico competitivo?
«La strada si fonda su tre pilastri. Il primo è lo storytelling e il marketing territoriale. Non basta esporre: bisogna raccontare la suggestione del culto isiaco e la particolarità della Benevento egizia attraverso campagne promozionali mirate nei mercati turistici strategici. Il secondo è l’integrazione dei servizi. Servono un’accoglienza moderna, la digitalizzazione dei percorsi, biglietterie unificate e una rete di trasporti efficiente che colleghi la città. Il terzo è l’esperienza immersiva. Le esposizioni tradizionali possono essere integrate con tecnologie multimediali e realtà aumentata per restituire al visitatore l’atmosfera originale del tempio e l’impatto dei suoi reperti. La tecnologia, però, deve essere uno strumento per raccontare la storia, non un fine».
Lei conosce la macchina amministrativa, avendo ricoperto il ruolo di consigliere comunale e assessore. Oggi lavora in Sannio Europa, realtà impegnata anche nella gestione della rete museale della Rocca dei Rettori. Nella primavera del 2027 Benevento tornerà al voto. È possibile un suo ritorno in campo?
«L’amore per Benevento non si misura solo con le candidature, ma con la continuità dell’impegno quotidiano, sia attraverso la valorizzazione culturale sia nel lavoro con gli enti locali. Chi ha avuto l’onore di servire la propria città da amministratore conserva sempre la passione e il senso di responsabilità civica. Se ci saranno le condizioni, all’interno di un progetto serio, coeso e con una visione chiara sul futuro della nostra comunità, la mia disponibilità a mettere a disposizione competenze ed esperienza per Benevento ci sarà sempre. La priorità resta la crescita e il bene comune del nostro territorio».
Quali sono, invece, le sfide più urgenti che Benevento dovrà affrontare nei prossimi anni?
«Le priorità sono essenzialmente tre. La prima è contrastare lo spopolamento. Dobbiamo trattenere i giovani e valorizzare il capitale umano formato dai nostri atenei, creando opportunità di lavoro stabili e sostenendo l’imprenditoria locale. La seconda è quella dell’accessibilità e dei collegamenti. Dobbiamo sfruttare appieno la svolta infrastrutturale legata all’Alta Capacità per togliere definitivamente il Sannio dall’isolamento. La terza riguarda sostenibilità e sviluppo culturale. Benevento deve diventare una città più vivibile e sostenibile, trasformando la cultura, la storia e l’enogastronomia nel principale motore economico del territorio. Abbiamo un patrimonio enorme. La vera sfida è riuscire a trasformarlo in opportunità».
E poi c’è Peppino Di Capri. Lei è da sempre uno dei suoi più grandi estimatori. Che cosa rappresentava per lei?
A questo punto l’intervista cambia registro. Dalle pietre millenarie dell’Iseo alle note di una vita. Ed è evidente che, per Aversano, parlare di Peppino Di Capri significhi entrare in una dimensione profondamente personale. «Parlare di Peppino per me è sempre un momento di fortissima emozione. Ogni volta che si parla di lui, ammetto che mi scende sempre una lacrima. Peppino è stato un artista straordinario, un innovatore elegante che ha saputo unire la grande tradizione napoletana a sonorità internazionali, rimanendo un punto di riferimento unico per la nostra cultura. Ho avuto il privilegio di conoscerlo e di condividere con lui momenti di profonda stima e affetto».
C’è una canzone che più delle altre conserva un posto speciale nella sua memoria? «Tra i suoi capolavori, la canzone a cui sono in assoluto più legato è Il Sognatore. È un brano di una poesia delicata e travolgente, che sento intimamente mio. Proprio per il valore inestimabile del suo percorso umano e artistico, mi auguro davvero che possa nascere presto una Fondazione a lui intitolata, capace di custodire, valorizzare e trasmettere alle future generazioni il suo immenso patrimonio musicale e la straordinaria lezione di stile che ci ha lasciato».
Alla fine, forse, i due temi apparentemente lontanissimi di questa conversazione – Iside e Peppino Di Capri – finiscono per incontrarsi in un punto preciso: la memoria. Da una parte i reperti di una civiltà lontana, sopravvissuti ai secoli e oggi chiamati a raccontare una Benevento che pochi conoscono davvero. Dall’altra le canzoni di un artista che Aversano considera parte della propria storia personale e della cultura italiana.
In entrambi i casi, la domanda è la stessa: cosa siamo capaci di fare del patrimonio che abbiamo ricevuto? Per Aversano la risposta sembra chiara: non limitarsi a conservarlo, ma raccontarlo, valorizzarlo e trasformarlo in futuro. È forse questa la vera scommessa della Benevento dei prossimi anni: smettere di considerare la propria storia soltanto come qualcosa da custodire e iniziare a considerarla come una delle risorse più importanti su cui costruire il domani.




