Opinioni
Territori in Bilico – Asili nido, tra Nord e Sud resta divario che inizia dalla culla
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C’è un dato che, letto da solo, racconta un’Italia che finalmente prova a mettersi al passo con l’Europa: i posti disponibili negli asili nido e nei servizi per la prima infanzia hanno raggiunto quota 31,6 ogni 100 bambini sotto i tre anni. Un risultato che porta il Paese a poco più di un punto dal vecchio obiettivo del 33% fissato dal Consiglio europeo di Barcellona nel 2002 e poi recepito dalla normativa italiana con il decreto legislativo 65 del 2017.
Per anni quella soglia è sembrata quasi irraggiungibile. Oggi invece appare vicina. Eppure, dietro il dato nazionale, si nasconde un’Italia ancora profondamente divisa, dove il diritto all’educazione nella prima infanzia continua a dipendere dal luogo in cui si nasce.
La crescita dell’offerta è reale. Nel 2021 i posti disponibili erano 28 ogni 100 bambini; nel 2022 sono saliti a 30; oggi si attestano a 31,6. In termini assoluti significa che nel 2023 si sono raggiunti 378.496 posti autorizzati nei servizi educativi per la fascia 0-3 anni, oltre dodicimila in più rispetto all’anno precedente.
Ma il miglioramento dell’indicatore non dipende soltanto dall’aumento dei servizi. A incidere è anche il drastico calo delle nascite. E qui emerge il grande paradosso italiano: il Paese si avvicina agli standard europei mentre i bambini diminuiscono sempre di più.
Nel 2023 i nuovi nati sono stati 379.890. Nel 2021 erano oltre 400mila. Nel 2008, ultimo picco demografico recente, superavano quota 576mila. La denatalità accelera, anno dopo anno, spinta dalla precarietà economica, dal costo della vita, dall’assenza di politiche familiari strutturali e da una popolazione in età fertile sempre più ridotta. Così il rapporto tra posti disponibili e bambini migliora anche perché i bambini sono meno.
Eppure sarebbe sbagliato liquidare il dato come un semplice effetto statistico. Negli ultimi anni qualcosa si è mosso davvero. Oggi sono 13 le regioni che superano il target europeo del 33%. Erano 11 nel 2022, appena 6 nel 2021. Persino Campania e Sicilia, storicamente fanalini di coda, superano per la prima volta il 15%.
Ma è proprio guardando la mappa del Paese che emerge la frattura più profonda.
L’Italia degli asili nido continua a essere spaccata in due. Da una parte ci sono territori che si avvicinano ormai ai livelli dei Paesi europei più avanzati; dall’altra aree dove mandare un figlio al nido resta quasi un privilegio.
L’Umbria guida la classifica con il 48,4%: quasi un posto ogni due bambini. Sopra il 40% ci sono Emilia-Romagna, Valle d’Aosta, Toscana e Friuli-Venezia Giulia. Poco sotto si collocano Lazio, Sardegna e Lombardia. Regioni che già oggi sfiorano il nuovo obiettivo europeo fissato per il 2030: il 45%.
All’estremo opposto restano invece Campania (15,4%), Sicilia (15,5%) e Calabria (17,2%). Numeri che raccontano un ritardo strutturale, sedimentato negli anni, e che continua a produrre disuguaglianze educative e sociali enormi.
Perché il tema degli asili nido non riguarda soltanto la disponibilità di un servizio. Riguarda il lavoro femminile, la possibilità di conciliare tempi di vita e occupazione, il contrasto alla povertà educativa, le opportunità future dei bambini.
Dove i nidi mancano, spesso le donne smettono di lavorare o rinunciano a cercare un impiego. Dove i servizi sono insufficienti, le famiglie si affidano ai nonni o al welfare privato, se possono permetterselo. Dove invece esiste una rete educativa capillare, il nido diventa uno strumento di emancipazione sociale oltre che un presidio educativo.
Ma le differenze non si fermano al confine tra nord e sud. C’è un’altra Italia invisibile che continua a restare indietro: quella delle aree interne.
Nei comuni polo, cioè le città baricentriche per servizi e collegamenti, si registrano quasi 39 posti ogni 100 bambini. Nei comuni di cintura si scende attorno al 29%. Nelle aree interne il dato precipita a circa 24,5%.
E più ci si allontana dai centri urbani, più l’offerta si restringe. Nei comuni ultraperiferici, a oltre un’ora dai principali poli di servizio, i posti disponibili sono appena 20 ogni 100 bambini.
È il volto di un’Italia che rischia lo spopolamento e che spesso perde i giovani proprio perché mancano i servizi essenziali: scuole, sanità, trasporti, asili. In questi territori il nido non è solo una questione educativa, ma una condizione minima per restare a vivere.
Anche tra le città le distanze sono impressionanti. A Nuoro, Sassari, Siena, Ferrara e Carbonia l’offerta supera i 60 posti ogni 100 bambini. Sono 25 i capoluoghi che raggiungono almeno quota 50%.
Al contrario, le città con meno di 15 posti ogni 100 bambini sono tutte nel Mezzogiorno: Barletta, Messina, Isernia, Ragusa, Andria e Catania.
Il rischio è che si consolidi una geografia dell’infanzia dove le opportunità educative si distribuiscono in modo diseguale fin dai primi anni di vita. E le disuguaglianze, quando iniziano così presto, tendono poi ad accompagnare i bambini lungo tutto il percorso scolastico e sociale.
Per questo il dato del 31,6% va letto con cautela. È un passo avanti importante, certo. Ma non basta avvicinarsi alla media europea se il diritto all’educazione continua a cambiare da regione a regione, da città a città, perfino da quartiere a quartiere.
La vera sfida non è soltanto aumentare i numeri. È ridurre i divari. Fare in modo che un bambino nato a Catania o in un piccolo comune dell’Appennino abbia le stesse possibilità di uno nato a Bologna o a Siena.
Perché un asilo nido non è semplicemente un servizio a domanda individuale. È il primo luogo pubblico in cui una comunità decide quanto investire sul proprio futuro.



