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CULTURA

C’è anche un po’ di Sannio nell’opera dello street artist mondiale Obey a Napoli grazie al saticulano Della Ratta

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Una giornata di lavoro, ma anche di confronto e crescita artistica, quella vissuta da Fabio Della Ratta, in arte biodpi, al fianco di Shepard Fairey, uno dei nomi più influenti della street art internazionale. «Una giornata con Obey, dopo aver avuto l’onore di preparare, insieme a Domenico Olivieri, il fondo per la sua opera di Ponticelli», ha raccontato nei giorni scorsi sui social l’artista sannita, 50 anni, originario di Sant’Agata de’ Goti.

È nel quartiere partenopeo, in via Carlo Miranda, che prende forma infatti Third Eye Open Peace, il nuovo murale firmato da Fairey, conosciuto in tutto il mondo come Obey. L’opera si inserisce nel tessuto urbano dell’area orientale di Napoli come un potente messaggio visivo che intreccia pace, consapevolezza e responsabilità individuale.

Realizzato come dono alla città, il murale arriva in un momento storico segnato da tensioni e conflitti globali. Al centro della composizione emerge un volto femminile frontale, circondato da elementi floreali che evocano crescita e trasformazione. Sopra, la parola “PACE” si impone con forza, mentre i raggi sullo sfondo amplificano la dimensione simbolica dell’immagine. Il cuore visivo dell’opera è il terzo occhio, integrato con il simbolo della pace: un invito a guardare dentro sé stessi prima ancora che verso il mondo.

Il progetto, sostenuto dal Comune di Napoli e promosso da Wunderkammern (Deodato Group), con il coordinamento di INWARD, si lega anche alla mostra OBEY: Power to the Peaceful, inaugurata il 6 maggio alle Gallerie d’Italia e curata da Giuseppe Pizzuto.

Per Della Ratta, questa esperienza rappresenta sicuramente un tassello significativo in un percorso artistico costruito nel tempo, tra strada e ricerca visiva. Nato artisticamente circa vent’anni fa con sticker disseminati negli spazi urbani, biodpi ha trovato negli stencil — ispirati anche al lavoro di Blek le Rat — un linguaggio immediato e incisivo. Da interventi monocromatici e rapidi è passato a composizioni più articolate, capaci di veicolare messaggi critici e stratificati.

La sua poetica si nutre di “culture jamming”, un sabotaggio creativo che rielabora l’immaginario pop e consumistico, spostando simboli e immagini in nuovi contesti semantici. Nei suoi lavori convivono memoria personale e collettiva, ironia e sacralità del quotidiano, in un dialogo continuo con il territorio.

Anche la firma biodpi racconta una storia: unione tra “bio” e “dpi” (dot per inch), riferimento ai suoi studi di graphic design. E la corona che spesso compare nelle sue opere è un doppio omaggio: da un lato ai graffiti della cultura hip-hop, dall’altro a Jean-Michel Basquiat, figura iconica della scena artistica contemporanea.

La collaborazione con Obey non è dunque solo un incontro tra artisti, ma tra visioni. Da una parte l’estetica globale e politica di Fairey, capace di trasformare la propaganda in strumento di consapevolezza — basti pensare alla celebre immagine HOPE per Barack Obama — dall’altra la ricerca radicata di biodpi, che nei muri trova spazio per restituire immagini e creare connessioni.

A Ponticelli, queste due traiettorie si sono incrociate, lasciando alla città non solo un’opera, ma un segno: quello di una street art che continua a essere linguaggio vivo, condiviso e profondamente umano. E la notte scorsa questa collaborazione ha dato ulteriori frutti con il ‘past-up’ sui muri di diverse strade partenopee. Un lavoro davvero bello ed interessante.

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