ECONOMIA
Quando l’Europa si indebolisce, le aree interne pagano il conto
Se l’Europa rallenta, le aree interne italiane sono le prime a pagare il prezzo. E questa non è più soltanto una questione economica, ma una responsabilità politica
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Per troppo tempo le aree interne sono state considerate spazi marginali del Paese, più da amministrare che da sviluppare. Ma in un mondo attraversato da nuove fragilità economiche e geopolitiche questa impostazione rischia di diventare sempre più pericolosa.
Dall’incontro che si è svolto lo scorso 12 marzo al Senato è emerso con chiarezza un punto: le fragilità globali e i nuovi assetti geopolitici stanno ridisegnando gli equilibri economici internazionali, ma i loro effetti non si distribuiscono in modo uniforme.
I territori economicamente più fragili – il Mezzogiorno e molte aree interne del Paese – rischiano di essere l’anello più esposto agli shock energetici e inflazionistici.
Il confronto sviluppatosi presso la Commissione X del Senato della Repubblica ha riportato al centro del dibattito una questione che negli ultimi anni si è fatta sempre più evidente: la sicurezza non può più essere letta soltanto in chiave militare o geopolitica.
Sempre più spesso essa riguarda la solidità delle filiere produttive, l’accesso alle tecnologie strategiche e la stabilità dei mercati energetici.
Le crisi degli ultimi anni lo hanno dimostrato con chiarezza. Dalla pandemia alle tensioni geopolitiche fino agli shock energetici, è emerso quanto siano vulnerabili le economie quando si interrompono le catene globali del valore o quando l’accesso all’energia diventa instabile.
In questo scenario l’Europa appare oggi una delle aree economiche più esposte.
Negli ultimi vent’anni gli Stati Uniti hanno rafforzato la loro leadership tecnologica e finanziaria, mentre la Cina ha consolidato una straordinaria capacità industriale sostenuta da strategie di lungo periodo e da un forte sostegno pubblico agli investimenti.
L’Europa, invece, continua a muoversi in un equilibrio più fragile, segnato da una crescita economica più debole, da una dinamica della produttività rallentata e da un quadro energetico che negli ultimi anni ha rappresentato uno dei principali fattori di perdita di competitività.
Il tema dell’energia è probabilmente il punto più delicato di questa nuova stagione economica.
Le tensioni geopolitiche degli ultimi anni – e in particolare l’instabilità crescente in Medio Oriente – hanno riportato al centro della scena globale la vulnerabilità dei mercati energetici. Gran parte del commercio mondiale di petrolio e gas transita infatti attraverso aree strategiche come lo Stretto di Hormuz.
Quando queste aree entrano in una fase di tensione o di conflitto, i mercati reagiscono immediatamente: aumentano i prezzi del petrolio e del gas, crescono i costi dell’energia e si alimentano nuove pressioni inflazionistiche sull’economia globale.
In questo scenario l’Europa appare particolarmente esposta.
Per l’Italia, Paese manifatturiero e fortemente dipendente dalle importazioni energetiche, questo divario è particolarmente evidente. Nel 2025 il prezzo medio dell’energia elettrica sul mercato all’ingrosso ha superato i 115 euro per megawattora, contro circa 89 euro in Germania e poco più di 60 euro in Francia.
Numeri che non restano confinati nei report economici ma entrano direttamente nella vita quotidiana delle imprese e delle famiglie.
Le aree economicamente più fragili sono inevitabilmente quelle che assorbono peggio questi shock.
Il Mezzogiorno e molte aree interne italiane presentano livelli di reddito medi più bassi, un tessuto produttivo più fragile e una minore capacità di reagire a improvvisi aumenti dei costi. L’aumento dei prezzi di gas, petrolio ed energia si traduce quindi in pressioni inflazionistiche più difficili da sostenere per famiglie e imprese locali.
È qui che il tema delle fragilità globali incrocia quello dello sviluppo territoriale.
Nelle aree interne e in molte zone del Mezzogiorno la presenza di imprese manifatturiere rappresenta spesso molto più di un’attività economica. È un presidio sociale, una fonte di occupazione qualificata e uno degli strumenti più concreti per contrastare lo spopolamento e la fuga di giovani competenze.
Quando si indebolisce la competitività industriale, quindi, non si indeboliscono soltanto le imprese. Si indebolisce l’equilibrio economico e sociale dei territori.
Per questo motivo il dibattito sulle fragilità globali non può restare confinato nelle analisi geopolitiche o nei tavoli economici internazionali. Riguarda direttamente il futuro di molte comunità locali.
Rafforzare la competitività industriale europea significa anche difendere la stabilità economica di territori che già oggi vivono condizioni di maggiore vulnerabilità.
Per l’Italia il tema assume una dimensione ancora più evidente.
Se vogliamo davvero contrastare lo spopolamento delle aree interne e ridurre i divari territoriali, non basta parlare di politiche di coesione o di misure compensative. Serve una strategia industriale capace di sostenere gli investimenti produttivi, ridurre il differenziale energetico e rafforzare le filiere industriali nei territori più fragili.
Serve anche un cambio di passo nella responsabilità politica.
Le istituzioni nazionali, la classe politica e i rappresentanti territoriali dovrebbero assumere una posizione molto più incisiva nel difendere gli interessi economici di questi territori e nel guardare con maggiore determinazione al medio e lungo periodo.
Il rischio è che, in un mondo attraversato da nuove fragilità geopolitiche ed economiche, questi territori continuino a essere progressivamente svuotati di popolazione, di imprese e di capitale umano.
Ed è una questione che riguarda non solo lo sviluppo economico, ma la stessa tenuta territoriale e sociale del Paese nel lungo periodo.
Pasquale Lampugnale – Ceo Sidersan S.P.A.



