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POLITICA

Le aree interne non esistono perché non esiste l’Europa

Non esistiamo a Roma, dove non si decide più niente, e non esistiamo nemmeno dove si decide tutto, ovvero a Bruxelles e a Napoli. Il punto è che continuiamo a pensarci come ci pensavamo quarant’anni fa. Ma non è una colpa nostra

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Sovente, e a ragione, in questa sede ci siamo soffermati sulla debolezza delle nostre classi dirigenti, muovendo dal presupposto che questi territori, marginali in primo luogo in termini demografici, sono riusciti a recuperare centralità nelle dinamiche di sviluppo quando hanno saputo esprimere una rappresentanza forte sul piano nazionale, leadership e classi dirigenti tanto autorevoli da dettare l’agenda del Paese.

Abbiamo provato a spiegare come quest’agonia è stata alimentata con le trasformazioni intervenute sul piano politico complessivo, come i sistemi elettorali adottati nel corso di questi ultimi tre decenni abbiano di fatto sostituito il consenso con la fedeltà, delegando ai ristretti gruppi dirigenti delle diverse forze politiche il potere di selezionare a monte la rappresentanza parlamentare. In tale contesto i territori più deboli in termini elettorali hanno pagato il conto più salato, perché sacrificabili sull’altare di equilibri irrinunciabili, in ossequio alla logica dei maxi-collegi, dei listini bloccati, dei paracadute: questa è la ragione per la quale, ormai da molti lustri, eleggiamo deputati e senatori forestieri, del tutto slegati dai territori, in alcun modo motivati a farsi carico degli interessi delle comunità ma ossessionati dal dovere della fedeltà.

Dunque la crisi della rappresentanza non riguarda solo le aree interne ma riguarda il Paese. Riverbera i suoi effetti più devastanti perché, come detto, questi territori possono abbattere il muro della marginalità a cui sono condannati solo attraverso la forza della rappresentanza. A Napoli il futuro passa a prescindere, qui no.

Ora, lasciando sullo sfondo il vero tema, quello relativo alla drammatica regressione culturale della società italiana, causa madre del declino della politica, dunque della rappresentanza, questa deriva va collocata in quadro più ampio.

Il processo di integrazione europea per un verso, il regionalismo dall’altro, hanno determinato un progressivo ed inesorabile svuotamento della rappresentanza parlamentare e, a dirla tutta, anche del potere esecutivo, che pur avendo ormai commissariato il legislativo, come certificato nel corso di questa sventurata legislatura, deraglia ogni qualvolta prova a mettere in discussione l’agenda dettata da Bruxelles. L’unica agenda, intendiamoci, che mette nelle condizioni di resistere in questa modernità.

L’Europa detta le politiche, le regole, l’orizzonte. Le Regioni gestiscono i servizi primari a partire dalla Sanità, sono i principali centri di spesa, dunque è lì che si costruisce il consenso, è lì che la rappresentanza incide sui territori. Si dirà che alle Europee, come alle regionali, votiamo ancora con le preferenze. Giusto, ma nel primo caso il collegio di riferimento è il Mezzogiorno, nel secondo ogni provincia è un collegio, e la quota di rappresentanza rispecchia gli equilibri demografici regionali. Se poi consideriamo cosa sono diventate le Province il quadro ci pare completo. Non esistiamo. In Parlamento, dove ormai si decide poco o nulla, men che meno dove si decide tutto, in Europa e a Napoli.

Esiste una prospettiva alternativa alla resa? Ovviamente sì. E andrebbe ricercata, quasi per paradosso, nel compimento del processo che abbiamo provato a descrivere. Se l’Europa detta politiche, regole ed orizzonte allora è nel compimento del percorso di costruzione dell’Europa Unita che possiamo immaginare di recuperare un ruolo. Se dal regionalismo non si torna indietro allora va superato questo regionalismo, accettando l’orizzonte delle macro regioni, restituendo spazi di gestione ai livelli provinciali e municipali.

Il punto di fondo è che continua ad essere limitata la visione che abbiamo di noi stessi. Abbiamo difficoltà anche solo a parlare di Irpinia e Sannio come di un unico sistema territoriale, quando invece dovremmo pensare queste province come organiche alla grande area metropolitana, cerniera naturale tra le due principali aree metropolitane del Mezzogiorno, epicentro della grande città della Campania. Continuiamo a pensarci come ci pensavamo quarant’anni fa, in primo luogo sul piano della rappresentanza.

Ma questa non è una colpa nostra, è la conseguenza inevitabile di ciò che non è accaduto in questi ultimi trent’anni. Torneremo a sperare in un futuro il giorno in cui cominceremo a sentirci parte di un tutto, il giorno in cui capiremo che il nostro destino è il destino di Napoli, della Campania, del Mezzogiorno, il giorno in cui cominceremo a sentirci europei in quanto italiani, tedeschi, spagnoli o francesi. Fintanto che l’Europa non sarà compiuta. L’alba di quel giorno spunterà, a Berlino come a Roma, a Madrid come a Grottaminarda, nello stesso momento.

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