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POLITICA

Capitale e lavoro nelle aree interne senza l’acqua

Le celebrazioni dell’ottantesimo anniversario della nascita di Confindustria in Irpinia ci hanno restituito l’esatta misura della distanza che separa la realtà dalla narrazione di una politica che ormai non pare conoscere altro vocabolario se non quello della demagogia, di cui, ci spiace dirlo, il governatore De Luca va senza dubbio considerato il più audace riferimento

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Mercoledì scorso ad Avellino, nella cornice del Teatro Carlo Gesualdo, si sono tenute le celebrazioni dell’ottantesimo anniversario della nascita di Confindustria in Irpinia, ovvero della nascita del primo nucleo di imprenditori che scelsero la via associativa per favorire le attività di impresa a servizio dei territori.

Un evento di grande importanza, segnato da un focus sull’energia che ha visto protagonisti cervelli del peso di Chicco Testa, Presidente Assoambiente, Antonio Gozzi, Presidente Federacciai e di Giosi Romano, coordinatore della struttura di Missione Zes Unica, quindi dagli interventi del Presidente De Luca, del Ministro degli Interni Piantedosi e del Presidente nazionale di Confindustria, Emanuele Orsini. È stata anche l’occasione per premiare tutti i principali riferimenti del comparto industriale irpino, nomi, anzi cognomi che hanno fatto la storia imprenditoriale dei territori interni della Campania, a testimonianza del fatto, per dirla con le parole del padrone di casa, il numero uno degli industriali campani Emilio De Vizia, che in Irpinia come nelle aree interne l’industria esisteva ben prima del terremoto dell’80, contrariamente a quanto si sostiene ricorrendo ad una narrazione tanto comoda quanto mendace. Ed è proprio questo il punto sul quale ci vogliamo soffermare in questa sede.

Se osserviamo lo stato di salute delle nostre aree industriali, se guardiamo ai numeri, ci rendiamo conto che sono sostanzialmente sature, che accolgono da decenni stabilimenti di grandi marchi multinazionali, ovvero realtà autoctone che nel corso degli anni e dei decenni hanno saputo imporsi sui mercati globali. Un comparto industriale vivo e dinamico, che ha dimostrato grande capacità di resilienza dinanzi alle tante crisi che ciclicamente hanno segnato i lustri e i decenni, in territori nelle quali si rilevano tassi di disoccupazione tra i più alti d’Europa, che ogni anno continuano a perdere migliaia di residenti, territori che appaiono destinati inevitabilmente ad un declino senza rimedio.

E allora, per tornare alle parole pronunziate da Emilio De Vizia, dovremmo chiederci cosa sarebbero questi territori se non ci fosse stato questo tessuto imprenditoriale, e, dunque, dovremmo ragionare su cosa vuol dire fare impresa a queste latitudini, sul valore di ogni singolo posto di lavoro che le nostre imprese garantiscono ai territori. Ovvero su quanto sia sbagliato cedere alla retorica del conflitto tra capitale e lavoro, conflitto, si badi, inalienabile e necessario, e su quanto invece sarebbe necessario un cambio radicale di paradigma, innanzitutto da parte dei decisori pubblici, ovvero della politica che nelle istituzioni esplica la propria funzione, che dovrebbero farsi carico di quel conflitto, muovendo dal presupposto che solo restituendo attrattività a questi territori sarà possibile difendere il lavoro che ancora resiste e crearne di nuovo per il futuro. Perché questo e solo questo è il presupposto per implementare politiche volte ad arginare lo spopolamento, quantomeno ad offrire ai nostri figli e ai nostri nipoti il diritto di scegliere se restare, partire o ritornare, ovvero a ridefinire le vocazioni di questa Campania interna per attrarre nuovi insediamenti, nuovi flussi, conoscenze e progettualità.

La politica, la stessa politica che non sembra conoscere altro vocabolario se non quella della demagogia, la politica abituata a raccontare un mondo immaginario che nulla ha a che fare con la vita reale dei lavoratori e di chi fa impresa, la politica perfettamente incarnata dal discorso pronunziato dal governatore De Luca, che anche in quella sede non ha perso occasione per rivendicare i miracoli compiuti, per raccontare di una Campania nuova, proiettata in questo presente esaltante e verso un futuribile avvenire di primati, efficienza e sviluppo, per fare la lista degli investimenti multimilionari garantiti anche alle aree interne. Le stesse aree interne, come ha sottolineato il Ministro Piantedosi, probabile candidato del centrodestra alle prossime regionali, nelle quali manca l’acqua a circa duecentomila cittadini perché nulla è stato fatto, anche in questi ultimi due lustri, per scongiurare un disastro annunciato. Le stesse aree interne, aggiungiamo noi, nelle quali continuano a chiudere scuole e ospedali, orfane di una Camera di Commercio, di un trasporto pubblico locale degno di un Paese civile. Sipario. 

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