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Quel vizio alla comunicazione politica demagogica e al ribasso che riduce l’elettore a seguace di antiche pulsioni

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Mancano meno di sette giorni all’appuntamento elettorale che decreterà il nuovo sindaco di Benevento e la campagna elettorale verso il ballottaggio, tra i candidati sindaci Clemente Mastella e Luigi Diego Perifano, ha subito manifestato il suo carattere e la sua cifra dal punto di vista comunicativo.

Iniziata subito dopo l’esito del primo turno, che ha visto la coalizione mastelliana giungere all’oltre il 55,07% e il suo leader Clemente Mastella al 49,37%  e la coalizione Alternativa per Benevento raccogliere il 31,83%  e il suo candidato sindaco, Luigi Diego Perifano il 32,41%, la seconda fase della corsa a Palazzo Mosti si è caratterizzata sin dal primo momento da uno stillicidio furente di dichiarazioni e controdichiarazioni a mezzo stampa, venato soprattutto di appellativi non proprio eleganti, di apologie, critiche, attacchi e contrattacchi. 

Quasi come una battaglia all’ultimo sangue, a chi la dice più grossa, a chi sollecita di più e più frequentemente e velocemente i bassi istinti ricettivi degli ascoltatori. 

Con il risultato di un susseguirsi di numerose botte e risposte sempre a mezzo stampa, con un linguaggio e uno stile comunicativo che hanno eluso ogni logica di diplomazia, avviluppandosi in una spirale a ribasso che poco ha a che fare con la necessità di orientare l’elettorato in maniera razionale che solo l’esplicazione delle proposte programmatiche può soddisfare.

Una situazione a cui ormai, purtroppo, si è più che abituati e che stanca non poco per il peso inconcludente di parole vuote tese solo ad annichilire l’avversario, visto più come nemico da abbattere che come competitor con cui confrontarsi con la forza del dialogo, della correttezza e della serietà sulle proposte per il futuro della città. E, semmai in qualche caso i contenuti programmatici paiono pure venir fuori, essi perdono di fatto la loro consistenza a fronte dell’impoverimento del linguaggio politico sempre più teso alla ricerca del consenso umorale ed emotivo.

Senza soffermarci troppo sull’analisi del voto al primo turno, già abbondantemente elaborata anche dagli stessi protagonisti, preme soltanto evidenziare, attenendoci ai risultati usciti dalle urne,  come ancora una volta la città abbia dimostrato di non essere pronta ad una guida femminile (il candidato sindaco del centrodestra Rosetta De Stasio ha ottenuto soltanto poco più del 5%, la soglia minima per sedere in consiglio comunale),  né a un concreto cambiamento su base ideologica e programmatica come quello proposto da ArCo, la coalizione della cosiddetta “rivoluzione gentile” (che ha raccolto soltanto il 9.62% dei voti) guidata da Angelo Moretti che ha totalizzato in termini di preferenze il 13,19% del consenso.

Ma, come è noto ormai, se De Stasio ha accolto il risultato come sollecitazione a promuovere tra gli scranni dell’assise comunale una “opposizione vera”, Moretti ha scelto di affiancare in maniera manifesta ed esplicita per questa seconda corsa il candidato sindaco di ApB, Perifano,  portando a compimento quell’alleanza alla quale – come più volte esplicitato da lui stesso –  “per questioni di metodo”  ha preferito non aderire nei mesi precedenti la scelta del candidato sindaco Perifano e nei mesi di trattativa sulla costruzione di una formazione che si ispirasse nettamente  all’anti-mastellismo. 

Se  l’intesa Perifano-Moretti ha potuto suscitare in qualche modo la delusione degli elettori morettiani, che, avendo manifestato con il 7,34% delle preferenze di apprezzare l’orientamento di Civico 22,  avrebbero forse preferito una posizione neutrale in questa seconda fase, sicuramente nel competitor Mastella e nei suo sodali ha sollecitato ben altri sentimenti e atteggiamenti: tanto che, ad un certo punto, è sembrato che il suo avversario non fosse più Perifano, ma Moretti e alcuni componenti della sua coalizione su cui si è scatenata “l’ira funesta”.  Ciò è parso, in particolare, durante una conferenza stampa convocata dal candidato sindaco Mastella, il giorno dopo l’ufficializzazione dell’intesa. 

Un incontro con la stampa, che è sembrato più un comizio diretto alla città e ai cittadini, incentrato sulla presunta incoerenza di quel patto declinata attraverso la riproduzione su slides di precedenti dichiarazioni e affermazioni di Moretti e dei suoi alleati contro Perifano.

Una strategia che, a dire il vero, ci ha ricordato molto una conferenza stampa convocata, da altri attori e in altri tempi, senza esplicitare l’”ordine del giorno” nel primissimo pomeriggio di un afoso 14 giugno del 2016 presso la federazione provinciale del Partito democratico in occasione del ballottaggio delle scorse amministrative che vedevano protagonisti Del Vecchio e Mastella. 

Anche quella circostanza fu luogo di attacco dell’avversario –  in quel caso era Mastella –  e della sua storia politica e personale con il supporto di materiale giornalistico e documentale che in alcuni casi datava anni prima.

Una comunicazione volta all’inciucio e a solleticare le pulsioni istintuali dell’elettorato che, in questo modo e grazie anche all’operato di certi “giornalisti impiegati e carrieristi”, è sapientemente messo nelle condizioni di non poter scegliere sulla base di contenuti e di idee, che sono, invece, le necessarie risorse e i necessari strumenti di discernimento per i cittadini chiamati al voto.

Senza scomodare troppo Freud e la psicanalisi e nemmeno l’etologia, ci vengono in soccorso, però, alcune tesi di quei saperi per comprendere la funzionalità di un linguaggio sempre più violento e aggressivo che la politica, non solo locale, ormai da decenni utilizza, spesso strumentalizzando gli organi di informazione e i suoi rappresentanti a scapito dell’affermazione del principio sacrosanto di una società di diritto e di quella democrazia che, esplicita proprio “il potere di un popolo ad essere correttamente informato”.  

In etologia l’aggressività tra le specie animali è considerata la caratteristica che ne garantisce l’autoconservazione. Le tesi di Freud, padre della psicanalisi, portano ad addentrarsi meglio nella comprensione dell’utilità dell’uso della violenza in senso lato tra gli uomini. Di spiccato interesse è ciò che emerge da un carteggio tra Albert Einstein e Sigmund Freud che va sotto il titolo “Perché la guerra?” pubblicato per la prima volta nel 1934: alcune di queste tesi aiutano a comprendere come da un lato “l’influenza coercitiva” unita ai “legami emotivi tra i membri di un gruppo”, producono identificazione reciproca e nel leader e servono a mantenere in vita quella “comunità”; dall’altro, indicano attraverso l’analisi delle pulsioni umane, quella conservativa e quella aggressiva o distruttiva, come “sia facile infiammare gli uomini alla guerra.” 

Insomma, “l’essere vivente protegge la propria vita distruggendone una esterna”: applicata alla comunicazione politica, questa tesi ci dice anche un’altra cosa e, cioè, che maggiore rischi ci sono per continuare a conservarsi, più forti e aggressivi diventano i toni e le narrazioni, queste ultime sempre più spesso prive di argomentazioni razionali e di proposte programmatiche, ma ricche di sollecitazioni emotive, pulsionali appunto, per mettere in ombra l’avversario e “distruggerlo” politicamente. E in aiuto a tutto questo oggi ci sono anche i nuovi strumenti di comunicazione che rendono virale – e ne moltiplicano gli effetti –   una comunicazione che ha perso la dimensione critica e del ragionamento, acquisendo, invece,  sempre più i caratteri del processo di banalizzazione del linguaggio politico, quel processo che ha prodotto il passaggio dalla democrazia e alla demagogia. 

Quel processo che ha privato gli interlocutori del messaggio, che dovrebbe essere il vero punto di forza della contesa politica e che – a guardar bene –  significherebbe prima di tutto fiducia nella capacità di discernimento degli elettori; significherebbe fiducia nella loro facoltà di scegliere in piena libertà e in piena consapevolezza e rispetto nel loro diritto di espressione di un voto libero e non di opinione; significherebbe, infine, porre le basi di una società civile migliore in cui a primeggiare sarebbe l’interesse di tutti, cittadini e loro potenziali delegati, ad operare in funzione dell’interesse e del benessere collettivo. 

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