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CULTURA

Fragneto L’Abate e il mistero della Sacra Sindone

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C’è un paese nella provincia di Benevento con poco più di 1100 abitanti, dove è fervida la volontà di testimoniare le fede cristiana creando occasioni di riflessione e di accoglienza. E’ Fragneto L’Abate, che raccoglie da sempre la comunità in un bosco di farnie, i cui terreni in epoca normanna furono donati all’Abate Madelmo dell’Abbazia di Santa Sofia di Benevento.

Si caratterizza per la presenza della Torre dell’Orologio edificata nel 1911e per i saliscendi dei vicoli di basalto che rendono il paese uno straordinario borgo, dove il tempo sembra essersi fermato e dove ancora si percepisce il senso di partecipazione comunitaria e religiosa attraverso un raccoglimento collettivo intorno agli eventi che la parrocchia di Maria SS. dell’Assunta organizza.

L’accogliente chiesetta, a navata centrale, edificata al centro del paese nel ‘600 sulle rovine del terremoto, conserva dal 2010 un preziosissimo documento della fede cristiana, la copia rara della Sacra Sindone, su tela a grandezza naturale, presente nel mondo soltanto in altri tre luoghi, a Gerusalemme, in Romania e a San Lorenzello in provincia di Benevento.

Il 4 maggio del 2010 ne fu fatta la presentazione, organizzata in collaborazione con la Pro Loco. Un evento che convogliò a Fragneto L’Abate tantissimi fedeli e curiosi, grazie alla pervicacia del parroco Don Carmine Gagliarde e dell’ex presidente della Pro Loco, Maurizio Melisce.

Ancora oggi desta meraviglia osservare le orme dell’uomo della sindone, su cui studiosi e religiosi si confrontano continuamente per cercare di svelare il mistero che avvolge il telo più famoso del mondo, ritrovato alla metà del XIV secolo, quando il valoroso cavaliere Geoffroy de Charny, depose il lenzuolo nella chiesa da lui fondata nel 1353 nel suo feudo di Lirey in Francia e trasferita nel primo decennio del ‘400 in Europa per l’acuirsi della Guerra dei Cent’anni, fino all’accoglienza definitiva presso la corte dei Savoia, che nel 1506 chiesero e ottennero dal Papa Giulio II il riconoscimento di una festa liturgica il 4 Maggio. Emanuele Filiberto, poi, nel 1578 la trasferì definitivamente a Torino, dove è attualmente conservata in una teca dopo aver superato momenti critici e diversi interventi di restauro.

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