CULTURA
La notte in cui Benevento accende una luce per i suoi defunti: il dolce rito sannita che trasforma il ricordo in un abbraccio
Ascolta la lettura dell'articolo
C’è una notte, tra il sacro e il mistero, in cui le case del Sannio sembrano aprire le porte a chi non c’è più. Una notte in cui il silenzio si fa più intenso, la luce di un cero tremola dietro i vetri e sulla tavola compare un piatto preparato con amore. Non è una cena qualunque. È un invito. È un gesto d’affetto rivolto a chi ha lasciato questa terra, ma continua ad abitare i ricordi, i racconti e il cuore di chi resta.
Anche Benevento custodisce una tradizione antica e suggestiva legata alla notte di Ognissanti, una consuetudine popolare tramandata di generazione in generazione e ancora viva nella memoria di tante famiglie sannite. A raccontarla sono le testimonianze degli anziani, custodi di un patrimonio fatto di credenze, piccoli rituali e gesti che rischiano di perdersi nel tempo.
Secondo la tradizione, proprio nella notte tra il primo e il due novembre, le anime dei defunti tornavano simbolicamente a visitare i luoghi della loro vita. Una processione silenziosa, che partiva dai diversi cimiteri e raggiungeva la città, attraversando strade e vicoli fino ad arrivare alle case dei propri cari. Era la notte in cui il mondo dei vivi e quello dei morti sembravano incontrarsi, almeno per qualche ora.
E allora bisognava farsi trovare pronti. Al calare della sera, sulle finestre delle abitazioni si accendevano dei ceri. Piccole fiammelle destinate a illuminare il cammino delle anime, a indicare loro la strada e, soprattutto, a far capire che quella casa non le aveva dimenticate.
Dentro le abitazioni, invece, si preparava un piatto o un vassoio con qualcosa da mangiare: fette di pane, castagne lessate, qualche frutto aperto. E poi un elemento che non poteva assolutamente mancare: mezzo bicchiere di vino rosso. In alcune famiglie si aggiungeva anche un bicchierino di Liquore Strega, quasi un omaggio alla terra beneventana, oppure si lasciavano oggetti particolarmente cari alla persona scomparsa.
Non era la ricchezza del cibo a contare, ma il significato di quella tavola apparecchiata. Era un modo per dire ai propri morti: vi aspettiamo, siete ancora parte della nostra famiglia.
C’era poi un particolare curioso, tramandato dagli anziani, che rende questa usanza ancora più affascinante. Un angolo del “mesale”, la tradizionale tovaglia, veniva ripiegato sul bordo del tavolo. Un piccolo gesto, apparentemente insignificante, ma carico di significato: serviva, secondo la credenza popolare, a invitare ancora di più le anime ad avvicinarsi alla mensa e a condividere il cibo lasciato per loro.
Immaginiamo queste case di un tempo: il buio della sera, il crepitio delle candele, il profumo delle castagne, il pane disposto con cura e gli anziani che spiegavano ai bambini il perché di quei gesti. Nessuna paura, piuttosto rispetto. Nessuna voglia di dimenticare, ma il desiderio di mantenere vivo un legame che nemmeno la morte poteva spezzare.
Una tradizione che affonda le proprie radici in un immaginario molto più antico del cristianesimo. Già nell’antica Roma esistevano riti dedicati ai defunti e momenti dell’anno in cui si riteneva che le anime potessero tornare simbolicamente tra i vivi. Il cibo diventava un’offerta, un segno di comunione tra chi era ancora sulla terra e chi l’aveva lasciata.
Nel mondo popolare sannita, questo rapporto con la memoria si intrecciava anche con il rito del “cùonsolo”: il pranzo abbondante offerto ai familiari del defunto dopo i funerali, un gesto di vicinanza e consolazione attraverso il quale la comunità si stringeva attorno a chi aveva subito una perdita.
Perché il cibo, nelle nostre tradizioni, non è mai soltanto nutrimento. È accoglienza, condivisione, appartenenza. È il linguaggio con cui una famiglia si ritrova, si consola e continua a volersi bene.
Oggi molte di queste usanze sopravvivono nei ricordi degli anziani e nelle case di chi ancora prepara quel piccolo piatto nella notte dedicata ai defunti. Forse non tutti conoscono più il significato del mesale ripiegato, del mezzo bicchiere di vino o delle castagne lasciate sulla tavola. Eppure, dietro ciascuno di questi gesti, resiste qualcosa di profondamente umano.
Perché a Benevento, nella notte di Ognissanti, la tradizione racconta una storia bellissima: quella di un popolo che non voleva lasciare sole le proprie anime, che accendeva una luce per indicare loro la strada e preparava da mangiare come si fa con un ospite atteso.
E forse è proprio questo il senso più profondo di questa antica usanza: ricordare che chi abbiamo amato non se ne va mai del tutto.
Resta in una sedia vuota, in una ricetta tramandata, nel profumo di un piatto preparato come faceva la nonna, in un bicchiere lasciato sulla tavola e in tutte quelle piccole cose che, senza accorgercene, continuiamo a fare pensando a loro.
Quella luce accesa alla finestra, allora, non serviva soltanto a indicare una strada. Era il modo più semplice e commovente per dire ai propri defunti: questa è ancora casa vostra. Noi non vi abbiamo dimenticati.




