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Territori in Bilico – Adolescenti e salute mentale: fragilità nell’era iperconnessa

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C’è una generazione che non è mai stata così connessa e che, paradossalmente, sembra fare sempre più fatica a sentirsi ascoltata. Ragazzi e ragazze che abitano contemporaneamente il mondo reale e quello digitale, che comunicano senza sosta, accumulano contatti, condividono immagini ed emozioni, ma spesso faticano a trovare uno spazio nel quale raccontare davvero le proprie inquietudini. È uno dei grandi paradossi del nostro tempo: nell’epoca della connessione permanente cresce l’attenzione per la fragilità psicologica degli adolescenti.

I numeri invitano a riflettere. Secondo il Rapporto sulla salute mentale del Ministero della Salute, nel 2024 sono state 845.516 le persone assistite dai servizi psichiatrici. Tra i nuovi pazienti, quasi il 28% aveva un’età compresa tra i 18 e i 35 anni. Nella fascia tra i 18 e i 24 anni il tasso di nuovi pazienti ha raggiunto quota 94 ogni 10mila abitanti. Sono dati che non autorizzano a sovrapporre automaticamente disagio adolescenziale e patologia psichiatrica, ma restituiscono la dimensione di una questione generazionale che non può più essere relegata ai margini del dibattito pubblico.

Naturalmente sarebbe troppo facile individuare nello smartphone il principale responsabile di questa condizione. La realtà è più complessa e merita di essere affrontata senza pregiudizi. La tecnologia offre opportunità straordinarie: permette di comunicare, informarsi, coltivare interessi, costruire relazioni e trovare comunità nelle quali sentirsi accolti. Per molti ragazzi la rete rappresenta anche uno spazio di espressione personale, talvolta l’unico nel quale riescono a dare voce a fragilità che nella quotidianità restano nascoste.

Ma esiste un’altra faccia della medaglia. Il confronto continuo con vite apparentemente perfette, la ricerca di approvazione attraverso like e visualizzazioni, il cyberbullismo, l’esposizione a modelli estetici irraggiungibili e la dipendenza da notifiche e stimoli continui possono trasformare uno strumento di relazione in una fonte di pressione psicologica. Il problema non è semplicemente trascorrere molte ore davanti a uno schermo, ma perdere progressivamente la capacità di governare il proprio rapporto con il digitale, fino a sacrificare il sonno, lo studio, lo sport e le relazioni personali.

Le ricerche, come sottolineano anche l’Organizzazione mondiale della sanità e l’Ocse, invitano a evitare interpretazioni semplicistiche. Non tutti gli adolescenti utilizzano i social nello stesso modo e non tutti reagiscono allo stesso modo agli stimoli digitali. Il rapporto tra tecnologia e salute mentale è complesso, spesso bidirezionale: il disagio può spingere a rifugiarsi nel mondo virtuale, mentre alcune modalità di utilizzo possono alimentare o aggravare una condizione di fragilità già esistente.

Eppure, davanti a una questione tanto delicata, continuiamo spesso a dividerci tra due posizioni opposte: chi demonizza ogni forma di tecnologia e chi considera infondate le preoccupazioni, liquidandole come l’ennesimo conflitto generazionale. Entrambe rischiano di mancare il bersaglio. Vietare non significa educare, così come minimizzare non significa comprendere.

I dati italiani offrono ulteriori elementi di riflessione. Quattro adolescenti su cinque utilizzano quotidianamente i social network e circa uno su dieci presenta un rischio di uso problematico. Ma è soprattutto la geografia del fenomeno a meritare attenzione. La Campania registra il 16,4% di adolescenti a rischio di uso problematico dei social media, una percentuale sensibilmente superiore a quella rilevata in diverse regioni del Nord. Un dato che dovrebbe indurci a guardare oltre lo schermo e a interrogarci sulle condizioni sociali, educative e familiari nelle quali crescono i nostri ragazzi.

A Benevento, dove gli adolescenti tra gli 11 e i 19 anni sono circa 4.565, pari all’8,19% della popolazione residente, la questione riguarda direttamente il futuro della comunità. Non si tratta soltanto di statistiche, ma di giovani in carne e ossa, di famiglie, di scuole, di quartieri e di servizi educativi che devono confrontarsi con bisogni nuovi e spesso difficili da intercettare.

La sfida, allora, non può essere affidata esclusivamente ai genitori, chiamati a un compito educativo sempre più impegnativo, né può essere scaricata sulle scuole o sugli specialisti della salute mentale. Serve una responsabilità collettiva. Occorrono servizi di ascolto accessibili, un rafforzamento della prevenzione psicologica, un’educazione digitale che cominci fin dai primi anni e una maggiore attenzione alle conseguenze delle piattaforme sui comportamenti dei più giovani.

Ma soprattutto bisogna restituire agli adolescenti alternative concrete alla dimensione virtuale. Sport, cultura, musica, associazionismo, spazi di aggregazione e occasioni di partecipazione non sono attività accessorie: sono strumenti fondamentali di crescita, inclusione e prevenzione. Un ragazzo che trova un ambiente nel quale sentirsi riconosciuto, valorizzato e parte di una comunità ha maggiori possibilità di costruire relazioni significative anche fuori dalla rete.

Forse è proprio questo il punto da cui ripartire. Non dobbiamo chiedere ai giovani di disconnettersi dal mondo, ma dobbiamo impegnarci affinché non siano costretti a cercare esclusivamente online ciò che manca nella loro vita quotidiana: attenzione, amicizia, riconoscimento, ascolto e opportunità.

La vera emergenza non è una generazione che usa troppo lo smartphone. È una società adulta che rischia di accorgersi della sofferenza dei propri ragazzi soltanto quando diventa impossibile ignorarla.

Perché dietro ogni profilo social c’è una persona, dietro ogni silenzio può nascondersi una richiesta di aiuto e dietro ogni adolescente c’è un mondo che merita di essere ascoltato. Anche, e soprattutto, quando sceglie di non parlare.

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