Opinioni
Inchiesta Santamaria, la nuova bomba giudiziaria scuote Benevento. La città si indigna e resta attonita
Ascolta la lettura dell'articolo
La città di Benevento, ma anche la sua provincia, ieri si sono risvegliate con la bomba giudiziaria e mediatica esplosa prima con le indiscrezioni e poi con la nota ufficiale della Procura della Repubblica presso il Tribunale cittadino, che annunciava la deflagrazione dell’inchiesta Santamaria, già agli onori delle cronache con l’arresto in flagranza di reato del 30 marzo scorso. L’ex maxi-dirigente del Comune capoluogo, con le sue dichiarazioni fiume, avrebbe contribuito a scoperchiare il vaso del malaffare che circolava in certi uffici amministrativi dell’ente comunale. Ne sono venute fuori nuove perquisizioni in dimore e luoghi di lavoro, nuovi indagati con nomi di assoluto rilievo sia nel panorama politico sia in quello amministrativo e imprenditoriale locale. Di ciò sono pieni i media.
Qui affronteremo più l’animus del momento che le carte giudiziarie. Va subito detto che “tanto tuonò che alla fine piovve”. Sin da marzo scorso, in città si è tanto favoleggiato di quel che sarebbe potuto accadere in virtù della caduta dell’alfiere dell’amministrazione mastelliana. All’epoca, a dire il vero, e poi anche con il successivo “affaire Feola”, il sindaco e il suo schieramento politico riuscirono a fare scudo rispetto alle rimostranze degli oppositori, che associavano le questioni giudiziarie a questioni politiche e, come tali, idonee a determinare la caduta del Re.
Va detto pure che, in una città dove con il senno di poi tutti sanno tutto, prima dei fatti di ieri in pochissimi sapevano davvero qualcosa o, meglio, quel che sarebbe accaduto. Ognuno, in ogni dove, pronosticava eventi giudiziari a carico di chiunque avesse avuto un percorso in comune con Mastella. Gli oppositori più urlatori immaginavano, ma solo sottovoce proclamavano, il coinvolgimento di gran parte della giunta e del consiglio comunale, se non addirittura direttamente del sindaco o di qualche affine.
In tal senso, le aspettative sono andate deluse, o almeno in parte. Perché dell’intero panorama politico cittadino di Noi di Centro, il solo Renato Parente – ma pur sempre “torre” mastelliana e presidente del Consiglio comunale – è stato e sarà chiamato a rispondere alla magistratura di suoi presunti atti. Poi, riprendendo una nota della sempre intransigente “Altra Benevento è possibile”, ad horas risultano coinvolti: “2 dirigenti e 1 funzionario dell’Ente; un ex funzionario regionale; due sindaci della Provincia; 7 imprenditori; 4 tecnici”. Ma la stessa nota ricorda anche che “in questo procedimento che riguarda numerosi casi di corruzione e concussione a carico di dirigenti e funzionari comunali per fatti connessi all’attività istituzionale, non risultano indagati sindaco e assessori”.
Con questo per dire che il paventato patatrac di natura strettamente politica al momento non c’è stato. Quanto accaduto è sicuramente uno scossone e non di poco conto che va a coinvolgere il piano politico, anche per quella paventata ipotesi di “finanziamento illecito a Noi di Centro”, che Clemente Mastella ha tuttavia già smentito, sempre salvo che la Procura non possa dimostrare il contrario.
Se i nuovi sviluppi giudiziari hanno certamente dato adito e fiato alle fronde più intransigenti dell’antimastellismo, va detto che la stragrande maggioranza della città è rimasta maggiormente indignata dal filone che riguarda concorsi e affidamenti di incarichi professionali. Perché, alla resa dei conti, da Tangentopoli in poi l’Italia purtroppo si è un po’ assuefatta alle “mazzette” o, quanto meno, si indigna a comando ma forse non si stupisce più di tanto, perché “così va il mondo”.
Paradossalmente, difatti, quel che colpisce e fa discutere maggiormente l’uomo comune della strada sono le cifre circolate per ‘sbloccare pratiche’ ancor prima che gli atti illeciti in sé. Mastodontiche cifre per un lavoratore comune che non riesce a raggiungerle in anni di onesto impiego. Tuttavia, quando viene fuori in modo così eclatante – come paventato dalle carte della Procura – che un posto di lavoro o un incarico professionale si paga in soldoni uno, due e forse anche tre anni di stipendio da dipendente di un ente locale, beh, a quello non ci si abitua mai e con quei gesti – logicamente tutti da verificare giudizialmente – si vedono spezzate le ali di chi si impegna quotidianamente nello studio e/o nel lavoro.
Alla fine della giornata di ieri restano i tanti e variegati messaggi social, anche di troppi “sepolcri imbiancati”, le stilettate degli avversari politici che attendevano questi eventi e legittimamente – a loro dire – cavalcano l’onda di sdegno popolare, i silenzi del mastellismo militante e un generale sentimento di indignazione e sconforto che, amaramente e purtroppo, accomuna un po’ tutti, indistintamente.




